Monogamia e psicoterapia

  • difficoltà relazionali e opportunità
  • monogamia e non-monogamie etiche
  • il ruolo della psicoterapia
  • nuove parole per trovare nuovi significati

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equilibrista su un filo
Le immagini presenti nell’articolo sono scatti dell’autore

Rivoluzionare le relazioni

Nella psicoterapia ci sono dei momenti che rappresentano delle vere e proprie rivoluzioni, talvolta silenziose e personali ma non per questo meno profonde.

Queste possono comportare la messa in discussione degli assetti relazionali entro cui ci muoviamo, offrendo l’opportunità di ripensare i principi che regolano il proprio rapporto con il mondo e con le altre persone, nella ricerca di un rinnovato benessere a fronte delle circostanze di vita che si stanno attraversando. 

Un esempio è quello che, in alcuni casi, investe il sistema di significati e pratiche che più influenza il nostro modo di relazionarci: la monogamia.

È possibile trovare uno spazio d’esistenza e benessere al di fuori dei suoi confini?

Monogamia e non-monogamie etiche

La monogamia è un sistema di relazioni che ha il privilegio di apparire “naturale” e quindi “ovvio”, tanto da presentarsi come l’unico possibile.

Esso è in realtà frutto di lunghi processi storico-culturali, che ne hanno comportato un mutamento nelle epoche e nei luoghi, definendo concetti quali amore, famiglia, tradimento e fedeltà.

Il principio su cui si fondano i rapporti monogami è quello dell’esclusività, sessuale e affettiva, supportato da un’idea di amore romantico come incontro fra due esseri umani che si completano vicendevolmente.

È bene chiarire fin da subito che non si tratta di essere o meno d’accordo con questa visione, quanto piuttosto di prendere coscienza del modo in cui la monogamia, se considerata l’unica modalità legittima di intessere relazioni amorose/sessuali, influenza i nostri rapporti e, qualora lo si valutasse utile per il benessere proprio e di chi ci circonda, considerare modalità differenti di dare forma alle proprie relazioni attuali.         

Negli ultimi anni i discorsi circa altre forme relazionali stanno entrando sempre più a far parte dei mezzi d’informazione e del quotidiano.

Queste vengono definite genericamente non-monogamie etiche, ma possono assumere forme differenti che si fondano imprescindibilmente sulla consapevolezza e sul consenso fra tutte le parti in causa. Il concetto di “etiche”, infatti, rimanda alla necessità di tutelare il benessere di ogni persona coinvolta, mantenendo costante la comunicazione delle proprie necessità e l’ascolto di quelle altrui.

Alcune delle più note sono il poliamore, l’anarchia relazionale, le cosiddette relazioni aperte e lo scambismo, ma queste assumono contorni differenti via via rinegoziabili e ridefinibili.    

Talvolta viene preservata una gerarchia di affetti, con relazioni primarie e altre in secondo piano, a volte vengono sanciti veti riguardo sessualità e/o emotività, altre si concorda cosa si vuole sapere e di cosa si preferisce non essere messi/e al corrente…per alcune persone questo cambiamento investe solamente le relazioni “romantiche” mentre per altre rappresenta un nuovo modo di considerare tutte le relazioni d’affetto e cura (come nel caso dell’anarchia relazionale, in cui i confini fra amicizia e relazione romantica si annullano del tutto, evitando l’uso di qualunque etichetta).

Nuove parole, nuove possibilità

All’interno di un percorso di psicoterapia capita spesso di sentir riportare difficoltà relazionali che appaiono insormontabili. Una domanda che molte persone pongono è, ad esempio: come far coesistere la volontà di preservare rapporti romantici ritenuti di valore con il desiderio di incontrare – emotivamente e sessualmente – altre persone, facendo i conti con gelosie e fragilità?

Per alcuni queste criticità si manifestano fin dall’inizio di un rapporto, per altri sono frutto di percorsi di lunga data che accompagnano l’evolversi di molte relazioni.

Nell’attività clinica, inoltre, si incontrano spesso persone coinvolte attivamente in relazioni che si potrebbero chiamare non-monogame e che, trovandosi sprovviste di parole e modelli a cui riferirsi, non le definiscono tali. Ciò è accompagnato dalla fatica a legittimare i propri desideri nonostante siano condivisi con il/la partner, vivendo con colpa e imbarazzo delle dinamiche che non si conformano a ciò che è socialmente ritenuto un rapporto di valore.

L’idea stessa di amore romantico, in cui la fiducia coincide con la fedeltà sessuale ed emotiva e il desiderio verso persone che non siano partner viene vissuto con allarme, concorre a promuovere un senso di inadeguatezza verso chi trova le maglie della monogamia troppo strette.

La convinzione che l’amore sia una questione a due è estremamente radicata nella nostra cultura, portando a vivere come legami di serie B i legami affettivi che contemplano un’apertura verso altri/e. 

Il mondo che abitiamo, infatti, è costruito a misura di coppia (chiusa) e sancisce il valore delle persone a partire dai nuclei relazionali che costruiscono, andando poi a coincidere con una grossa parte dell’identità personale. 

È possibile mantenere intimità, cura, fiducia e al contempo scegliere che queste non siano vincolate dall’esclusività? Si può identificare un altro confine fra amore e possesso, cura e potere? 

L’amore, per come lo pensiamo nel mondo odierno, è più vicino al narcisismo o ad una forma di sentimento che pone al centro la gioia della persona con cui stiamo? 

Ovviamente la risposta è troppo complessa per essere affrontata qui, e nel caso la si troverebbe in una zona sfumata fra questi estremi. 

È interessante, in ogni caso, riportare come puro spunto di riflessione una parola che ricorre spesso in contesti poliamorosi, ossia  “compersione”: con questa si indica la gioia, l’appagamento che si prova sapendo che il/la proprio/a partner sia coinvolto/a – felicemente – in relazioni con altre persone. 

A proposito di parole, la psicoterapia può rappresentare uno spazio dove trovare parole diverse per dare forma a un mondo nuovo, con confini tracciati secondo i propri vissuti, desideri e valori.

La grande opportunità è quella di poter costruire ex-novo le proprie relazioni esplicitando, condividendo e negoziando via via le forme che si vuole assumano, richiedendo però un processo di risignificazione che può essere doloroso – basti pensare alla complessità di mettere in discussione l’idea del pensarsi unico/a per qualcuno/a, così come del rivedere il fatto che vi sia una sostanziale differenza fra il “noi”, la coppia, e il resto del mondo. 

In realtà, a ben vedere, tutto ciò non viene necessariamente meno nel momento in cui vi è un’apertura del sistema-coppia, ma è richiesto uno sforzo per trovare nuovi modi di valorizzare i propri rapporti e la propria identità.

Lo spazio clinico può diventare luogo sicuro ove sperimentarsi, ripensarsi, esplicitare e normalizzare le difficoltà che emergono quando si attraversano cambiamenti di pensieri e comportamenti a cui si è socializzati/e fin dalla nascita. 

È arduo scegliere di mettere in discussione alcuni principi relazionali senza avere modo di dare un nome alle nuove forme che adottiamo, ed è per questo che le non monogamie etiche si pongono come riferimento per coloro che cercano altre possibilità di esistenza.

A volte è sufficiente una parola affinché prendano forma nuove realtà, una parola per darsi il diritto di esistere in modo differente, una parola che renda legittime e visibili le nostre scelte.

Per alcune persone questa potrebbe essere poliamore, per altre potrebbe continuare a essere monogamia ma dandole significati nuovi e flessibili, per altre ancora non mutare affatto.

In generale il discorso circa le forme di non-monogamia non vuole sostituire un modo prescritto di vivere le relazioni con un altro, ma permettere di immaginare elementi di flessibilità a partire dal tipo di relazione in questione, dalla fase di vita che le persone coinvolte stanno attraversando, dalle caratteristiche del contesto, dalla naturale evoluzione dei desideri e delle necessità di ciascuno/a.

Generalmente non è una pratica in sé a diventare problematica, quanto piuttosto l’idea che sia l’unica possibile. Liberarsi dal vincolo del “così van fatte le cose”, anche qualora non venga introdotto alcun reale cambiamento in termini di comportamento, può risultare dirompente.

Il/la terapeuta ha quindi il compito di approcciarsi in maniera non giudicante, diventando interlocutore e guida in un percorso che non ha una meta prevedibile e che la persona ha il diritto di definire.

Laddove le relazioni sembrano arenarsi nonostante siano comunque fonte di benessere, così come in qualunque situazione di difficoltà che può richiedere l’aiuto di un/una professionista, provare a esplorare altre forme di esistenza ricercando le parole per darvi consistenza può generare cambiamenti inaspettati, da attraversare con coraggio, insieme.

Volontà e dintorni: quando formuli i migliori propositi e poi fai altro

  • Cambiare idea
    • Debolezza della volontà
    • Motivazioni concomitanti o menzogne
    • Condizioni mutevoli e coerenza
    • Rivedere piani e priorità

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Quante volte formuli dei buoni propositi per il futuro che puntualmente non rispetterai? O fai le scelte che ritieni più giuste e adatte a te e poi prendi una direzione diversa?

Non fare ciò che dovresti fare

Ti sarà capitato, probabilmente, di cambiare idea su qualcosa che avevi deciso con fermezza. Di questo comportamento già quasi tremila anni fa ha trattato Aristotele nelle sue opere e lo ha definito con la parola Akrasia. Intendeva con questo termine la mancanza di forza di volontà e di controllo, l’intemperanza o debolezza della volontà stessa. Insomma il non fare ciò che si dovrebbe fare.

Aristotele, essendo vissuto in un passato ormai remoto, sarà giunto alla sua definizione di Akrasia basandosi su di un contesto ben diverso da quello contemporaneo. Tuttavia, questa “pratica” sembrerebbe essere ancora attualissima. La ritrovi nei grandi annunci di amici e parenti di voler iniziare diete che poi saranno rimandate alla settimana successiva, corrotte da una fetta di torta o da un invito per l’aperitivo.

Puoi osservare tale pratica anche, con uno sguardo più attento, nelle relazioni (sentimentali). Questo accade quando ti convinci di voler lasciar perdere una persona che non dimostra abbastanza gentilezza o attenzione, salvo poi stravolgere i tuoi piani. Piani che appaiono del tutto ragionevoli e dettagliati quando li formuli e poi, improvvisamente, sono come cancellati.

Abbandonare, cambiare idea, ritrattare

A questo punto forse ti chiederai perché lo fai. Come fai ad agire e comportarti in una direzione opposta alle tue decisioni, alle tue opinioni? Come avviene di cambiare direzione rispetto alle tue motivazioni?
È una domanda che può portare lontano con i pensieri. La possibilità di scelta e il cambio delle volontà (spesso non legato a debolezza o pigrizia) racchiudono comportamenti e motivazioni concomitanti. Questi arrivano a creare una catena complessa di altre circostanze, di cui però non tratteremo qui.

Per quanto possa sembrare scontato l’atto di cambiare idea nella quotidianità, è interessante spendere qualche minuto per ragionare su che cosa ti spinga ad accendere l’ultima sigaretta, ogni volta senza mai smettere di fumare. Vorresti capire in quale modo puoi stabilire di andare in palestra tre giorni a settimana, firmando abbonamenti annuali, per poi decidere di passare le serate davanti a Netflix, mangiando popcorn?

Sono situazioni diverse tra loro, ma implicano entrambe lo spostamento da una scelta a un’altra, a volte diametralmente opposta.
Hai pensato che forse menti a te stesso e agli altri quando dichiari di fumare la tanto attesa ultima sigaretta? Forse, ma potresti anche essere convinto al cento per cento di smettere, salvo poi, dopo ventiquattro ore, comprare un nuovo pacchetto. Così, come la stanchezza dopo un’intera giornata di lavoro – e magari di pioggia- ti potrebbe persuadere a rimandare la sessione di esercizi che avevi pianificato con cura la settimana precedente.

Incontri e scontri con la molteplicità

Per poter comprendere il “cambio di direzione” delle scelte consideriamo l’incontro frequente con certe condizioni mutevoli. Tra queste includiamo per esempio le sensazioni corporee, gli stati d’animo e le condizioni motivazionali, le persone incontrate e quelle non incontrate.

Tutto ciò costituisce la molteplicità dei contesti entro cui agisci. Contesti in cui assumono importanza fondamentale i diversi aspetti della tua volontà, i quali cambiano, mutano, si evolvono a seconda del ruolo che impersoni e delle situazioni. Mi basta pensare all’importanza che avrebbe per me riuscire a concludere questo articolo nei tempi prestabiliti e alla priorità che, invece, decido di dare a mia figlia che ha bisogno di aiuto per finire un progetto a cui tiene molto. La mia professione e il tempo per scrivere articoli divulgativi proseguirà ben oltre la sua infanzia, così il mio ruolo e il contesto momentaneo fanno sì che io decida di scegliere diversamente da ciò che mi ero posta come obiettivo della giornata.

Emerge chiaramente a questo punto che i buoni propositi spesso non sono menzogne che racconti a te stesso e a cui fai finta di credere, che il tuo giudizio non è difettoso e che se non vai in palestra, a volte, non è perché sei pigro.

Non siamo punti saldi, non siamo bandiere al vento

Parlare, quindi, in modo assoluto di coerenza e incoerenza della condotta come qualcosa di opposto perde di significato. Sarebbe più pertinente parlare di coerenza dei piani rispetto agli obiettivi che ti sei posto. Infatti, a quanto pare, la coerenza cambia nel momento in cui ti dirigi verso una seconda scelta, ma questo non indica che sia meno autentica.

Se in un primo momento fossi stato fermamente convinta/o di desiderare una salutare insalata e coerente con l’idea di portare avanti una dieta, in un secondo momento potresti scegliere di dividere una vaschetta di gelato con il partner, coerentemente con la tua passione per i dolci e con la volontà di passare del tempo con la persona che ami.

Con questo non intendiamo che la volontà debba sbandare in virtù del caso, tuttavia quello che incontri può essere significativo e avere un impatto nel cambiamento della tua volontà.
Non siamo punti saldi sempre coerenti con gli obiettivi, ma coerentemente con noi stessi cambiamo rotta, prospettiva, ruolo, a seconda della situazione e del contesto che la vita ci offre e con cui ci troviamo ad interagire. E per fortuna!

Soluzioni pronte all’uso

Che cosa fare di tutto ciò che è stato detto fin qui?
C’è un modo per perseguire gli obiettivi che ti poni? Per mantenere la scelta che hai preso? Sapendo che è stata ponderata con consapevolezza e buon senso.
La risposta è sì: formulando obiettivi, scelte e piani compatibili e capaci di accogliere la molteplicità dei contesti e dei ruoli in cui ogni giorno puoi imbatterti.

Per cui, se per esperienza precedente hai imparato che la decisione di andare in palestra alle otto di sera è impraticabile, dato che lavori duramente tutto il giorno, potresti comprendere che non è la tua volontà di fare esercizio fisico ad essere fallace. Bensì è controproducente il posizionamento di quell’obiettivo all’interno della giornata. La soluzione sarebbe un piano che dia spazio all’attività in un altro orario e talvolta è utile rivedere le proprie priorità.

Così come designare l’ultima sigaretta non è per forza una bugia, ma tale affermazione dovrà essere accompagnata da valutazioni e pianificazioni, che comprendano anche la decisione di modificare gli itinerari per non passare sempre davanti al tabaccaio di fiducia o di trovare attività e modalità alternative in direzione dello scopo prestabilito.

Non riuscirai sempre a raggiungere ciò che ti sei prefissato, ma un passo in quella direzione puoi farlo, soprattutto se lo inserisci in contesti raggiungibili.
Quello che puoi fare concretamente è trovare soluzioni che si adattino alla tua quotidianità, modificarle e aggiustarle grazie alle esperienze in modo tale da indossare comodamente i vari ruoli che impersoni.

Articolo scritto a quattro mani con la Dott.ssa Giulia Portugheis.

Sulla terapia immaginativa

  • Benessere psicologico e immagini mentali
    • Interazione e dialogo con le emozioni
    • Immagine come simbolo, esperienza del sentire e lente
    • Terapia centrata sull’intervento e terapia centrata sulla persona
    • Stati di confine della coscienza

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Definiamo i termini

La terapia è l’insieme dei mezzi e dei modi usati per ristabilire il benessere psicologico o ridurre un disagio. O trovare soluzione a un problema che si presenta in determinate esperienze emotivo-relazionali.

Una terapia immaginativa utilizza la facoltà della nostra mente di visualizzare immagini mentali. Queste non sono solo di tipo visivo, come la parola sembra suggerire, ma anche di tipo uditivo, tattile, possono riguardare percezioni e sensazioni corporee di posizione e movimento.

L’immaginazione, infatti, è un’esperienza multisensoriale.

Parliamo al plurale

Le terapie e le tecniche immaginative sono tante e diverse nella loro applicazione e negli obiettivi. Tutte, però, si basano sul fatto che eseguire un’azione e immaginare di eseguire la stessa azione attivano, in parte, le medesime strutture neuro-cognitive.

Questo, oggi, è stato ampiamente dimostrato attraverso esperimenti che hanno confrontato il tempo impiegato per fare e per immaginare azioni e osservato variazioni nella frequenza cardio-respiratoria molto simili nelle due condizioni.

Sono state osservate, inoltre, attraverso strumentazioni di neuro-immagine (fRMI, PET) attivazioni parziali delle medesime aree cerebrali nella situazione di preparazione ed esecuzione di azioni reali o immaginate.

Immagine tratta dallo studio di la Fougere, Zwergal, et al. (2010). Real versus imagined locomotion: a [18F]-FDG PET-fMRI comparison. NeuroImage. 50. 1589-98. 10.1016/j.neuroimage.2009.12.060.

L’immaginazione, quindi, ti permette di fare esperienze “terapeutiche” e funge da strumento di interazione e di dialogo con il mondo del sentire e con le emozioni. Per questo come strumento si presta ad essere applicato e utilizzato attraverso molte tecniche, approcci e tradizioni terapeutiche.

Il campo psicologico, inoltre, non è l’unico che si avvale di questa facoltà umana per coltivare il benessere e/o per aumentare certe possibilità personali, si pensi a titolo di esempio alla meditazione e alle pratiche affini.

Se la facoltà di fare esperienze immaginative è un mezzo, ciò che la rende terapeutica riguarda gli obiettivi perseguiti, le cornici e i contesti in cui viene inserita e proposta, oltre che le modalità degli interventi.

Stesso strumento, diversa funzione

Ciò che conta di fronte alla libertà del mare non è avere una nave, ma un posto dove andare, un porto, un sogno, che valga tutta quell’acqua da attraversare.

Alessandro D’Avenia

Evocare immagini mentali è una tecnica con funzioni e obiettivi diversi a seconda dell’approccio e dell’orientamento teorico. Ciò che cambia è l’obiettivo per cui lo si utilizza, il ruolo che gli si attribuisce e la funzione che assume all’interno del contesto in cui viene proposta.

Mettiamo il caso, per esempio, che io ti proponga un’immagine evocativa come quella nella citazione di D’Avenia, qui sopra. Se tu rispondessi che basta starci nel mare per sentirne l’effetto, anche senza isole o porti da raggiungere -in linea con Joseph Conrad e i suoi racconti. Potrei “usare” questa risposta in modi diversi:

  1. Interpretare la risposta in modo simbolico;
  2. Collegare l’immagine-risposta con un vissuto emotivo;
  3. Chiedere che cosa intendi con questo per accedere al mondo dei tuoi significati personali ed entrare così in relazione con te e con il tuo mondo, per comprenderlo e capire innanzitutto di cosa hai bisogno.

Questi tre modi sono esempi di diversi approcci psicologici. Seguono alcuni esempi ideati e sviluppati a scopo illustrativo.

1. Immagine simbolica -Il terapeuta si pone in esplorazione dei significati della persona attraverso l’interpretazione di simboli.

Ipotizziamo di usare una simbologia pre-confezionata, per semplificare l’esempio, considerando i personaggi anti-eroici presenti nella narrativa di Conrad. Così, le immagini mentali diventano linguaggio e comunicazione di mondi emotivi e l’interpretazione di simboli potrebbe portare a credere che ti identifichi nell’atmosfera d’insicurezza e pessimismo degli scritti di Joseph Conrad.

Assumendo così che la stessa simbologia valga per tutti uguale, ti direi quali sono le ragioni dei tuoi comportamenti e delle tue emozioni, basandomi sull’interpretazione dei simboli che giungono alla mia attenzione. Questo con l’intento di ampliare la tua consapevolezza.

2. Esperienza emotiva pregressa

“In quali occasioni ti sei sentito come se fossi in mezzo al mare senza un luogo da raggiungere? e qual’era l’effetto?” potrebbe chiedere il terapeuta che usa le immagini mentali per la rielaborazione emotiva dei pensieri legati a un ricordo doloroso.

Al cospetto di un esperto e in un contesto suggestivo vien da sé di creare un collegamento fra l’immagine “emotiva” e l’eventuale esperienza ricordata e interpretata come traumatica. La rivisitazione di alcuni vissuti passati ha l’obiettivo di elaborare razionalmente il ricordo, per ridimensionare intensità e rilevanza delle emozioni legate ad esso.

Rischia però anche di creare l’idea di una esperienza traumatica che catalizza l’attenzione nel passato.

3. Allineamento metaforico

Le immagini mentali usate come veicolo di significato diventano linguaggio metaforico, ma anche una lente attraverso cui mettere a fuoco il modo in cui tu rappresenti te stesso, gli altri e il mondo. Questo avviene secondo il senso, il significato e i valori che tu stesso attribuisci ai tuoi vissuti.

Potrei chiederti, quindi, a che cosa tu ti riferisca in particolare citando Conrad. Potrei valutare se sia per te abitudine porti in contraddizione con le opinioni altrui, come in questo caso. E così, per tornare all’esempio, aprire a riflessioni personali come quella che talvolta conti più il viaggio della meta, in quali modi il tuo viaggio si stia rivelando piacevole e in quali meno e altri dettagli e implicazioni importanti e significativi per te.

Tecniche immaginative formali e informali

Una tecnica formale è strutturata in passi prefissati e dotata di nome e acronimo. Essa pone l’intervento immaginativo al centro della terapia. Come a dire che la terapia è centrata sull’intervento immaginativo, o sulla simbologia unica delle proprie teorie, o ancora sui procedimenti di ricerca di memorie traumatiche.

Le tecniche informali, diversamente, sono inserite nel colloquio. Si utilizzano, quindi, in una terapia centrata sulla persona. Così attraverso domande, prescrizioni o compiti assegnati, dialoghi improvvisati, linguaggio evocativo, il terapeuta accompagna la persona: ad anticipare eventi e volontà future, a cambiare prospettiva immaginandosi in panni diversi dai suoi, ad assumere uno sguardo esterno sulle proprie scelte e emozioni.

Si usano le immagini per comunicare in modo evocativo e per smuovere il mondo emotivo, per produrre alterazione senso-percettiva e indurre così a una riorganizzazione dell’esperienza perturbata del mondo e di sé.

Immaginazione e coscienza

L’immaginazione è uno dei processi coscienti più evidenti. Gli atti della coscienza si configurano come una simulazione del comportamento e delle sensazioni che lo accompagnano.

Attraverso l’immaginazione guidata è possibile sperimentare stati di rilassamento e di riduzione della vigilanza in stati di coscienza simili ai sogni a occhi aperti e alle fantasticherie. Si parla di stati pre-ipnotici o di stati modificati di coscienza.

In tali condizioni alcune percezioni sono modificate rispetto all’ordinario per influire sull’esperienza soggettiva. Si tratta di stati al confine della coscienza vigile, che non si differenziano molto dalla distrazione, dall’incantamento, dall’estraneazione o dal disorientamento.

La destabilizzazione sul piano cognitivo porta ad una rielaborazione coerente fra realtà percepita e coscienza di sé. Questo apre a soluzioni nuove e a nuovi modi di sentire.

Ora immagina… se vuoi

Guarda quella sagoma, là in fondo sul sentiero, è una persona e sta camminando verso di te. Ci vorrà un po’ prima che vi incrociate, il tempo che serve per preparati mentre le vai incontro. Sì, perché ha delle cose da dirti molto importanti. Può rassicurarti o sorprenderti, forse può deluderti, ma decidi tu. Decidilo prima. Potresti avere delle domande da farle.

Senti il cinguettare dal bosco e il ristoro dell’ombra in questa giornata di primavera. Fermati un attimo a pensare che cosa vorresti che ti dicesse. Qualcosa che potrebbe toccarti.

Puoi fidarti di quella persona? Ascolterà? Ti terrà in considerazione? Dirà quello che vuoi sapere? Ha un’andatura veloce, come se avesse un luogo da raggiungere, o prende tempo per misurare il passo?

A queste domande puoi rispondere, già quella persona là in fondo che arriva sei tu, fra qualche tempo. Tra un anno o venti, secondo quello che vuoi sapere. C’è un luogo immaginario in cui potete incontrarvi, là sul quel sentiero.

Come ti vedi? Capelli, abbigliamento, aspetto, modo di porti. Quale sarà il tuo tono di voce? Prefiguralo per riconoscerti.

Ecco vi avvicinate. Fermati. Chiedi e ascolta.

Vantaggi e svantaggi dei mezzi telematici in psicologia

  • Comunicazione online come risorsa
  • Quando e come è utile
  • Privacy e distanze
  • Limiti e possibilità

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Lo sviluppo della tecnologia ha consentito di avere mezzi che permettono di comunicare con persone lontane in maniera relativamente semplice ed economica. Smartphone, tablet e computer sono ormai strumenti diffusissimi che hanno ampliato di molto le possibilità di entrare in contatto con altre persone. Questo ha cambiato molti aspetti della nostra vita, spesso semplificandola. Ciò vale anche per la psicologia, infatti è possibile svolgere colloqui a distanza grazie a piattaforme che permettono di scambiarsi messaggi e fare videochiamate. L’impatto di queste tecnologie e lo spostamento della relazione dallo studio all’incontro virtuale fanno emergere alcuni vantaggi e svantaggi, analizzati di seguito.

Riduzione delle distanze

Un primo vantaggio dei mezzi telematici sta nella possibilità di svolgere colloqui in situazioni in cui altrimenti sarebbe impossibile. Infatti per alcuni recarsi di persona in studio con regolarità può comportare delle difficoltà. Esempi potrebbero essere chi viaggia spesso per lavoro oppure chi non è autosufficiente negli spostamenti.

I mezzi telematici possono tornare utili anche solo in momenti specifici, per esempio se si vuole andare in vacanza senza interrompere una terapia. Inoltre, l’intervento telematico consente una flessibilità maggiore negli orari dei colloqui. Ciò favorisce in modo particolare quelle persone con impegni che potrebbero altrimenti rivelarsi proibitivi.

Bisogna considerare che i mezzi tecnologici permettono di contattare a distanza professionisti specifici che non sarebbe possibile raggiungere diversamente, per esempio se si vive all’estero. Oppure permette di rispondere a determinate esigenze: quando raggiungere il professionista diventa molto impegnativo in termini di sforzo, tempo e costi. C’è tuttavia da tener conto anche che questi fattori hanno un ruolo motivante nel lavoro psicologico. Essi potrebbero costituire un incentivo a impegnarsi al massimo, visto l’investimento necessario, in certi casi, per mettere in pratica il lavoro terapeutico. Sarà quindi opportuno valutare con il professionista se è più vantaggioso uno scambio telematico o un colloquio di persona.

In caso di epidemia

L’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19 ci permette di cogliere i vantaggi che i colloqui a distanza presentano in situazioni simili, quali possono essere condizioni di vulnerabilità immunitaria. La consulenza online consente di iniziare o continuare un percorso già intrapeso, anche in situazioni più comuni di fragilità della salute. Il rischio di contagio con tale modalità è nullo, rendendolo attuabile senza mettere a rischio la propria salute e quella dei propri cari.

Nel caso specifico del lockdown la riduzione dei costi, possibile nella consulenza a distanza, può essere un aiuto in più agli utenti che, non potendo lavorare, si trovano in difficoltà economica.

Il colloquio da casa propria

I colloqui per via telematica richiedono un luogo dedicato in cui non si è disturbati o interrotti e si è al sicuro da orecchie indiscrete. Questo è importante per il rispetto della privacy. Un genitore in difficoltà nella relazione con i figli, ad esempio, anche nella propria camera da letto corre il rischio di essere sentito. Ciò potrebbe portarlo ad evitare di comunicare questioni importanti proprio per scongiurare questa eventualità. Lo stesso vale per difficoltà di coppia o personali che richiedono uno spazio intimo protetto per la loro espressione.

Una relazione attraverso lo schermo, per qualcuno, potrebbe trasmettere l’idea di distacco e di distanza, mentre per altri potrebbe costituire un fattore di maggiore agio. In primo luogo per il fatto di essere in un ambiente familiare, come quello della propria abitazione.

Non esiste, quindi, una regola fissa per stabilire se gli strumenti telematici siano un vantaggio o uno svantaggio per la terapia. Questo dipende fortemente dalle caratteristiche della situazione e del contesto, da preferenze e significati personali di ogni individuo.

Rapporto tra intervento telematico e disagio psicologico

Le modalità di comunicazione telematica, in particolare quelle scritte (email, SMS), possono essere utili per prendere informazioni attraverso il primo contatto con il professionista. Alcune persone infatti sono rassicurate da un approccio che permetta l’avvicinamento graduale e meno diretto. Questo è un modo per ridurre l’ansia e il disagio che possono manifestarsi nel colloquio vis à vis.

Per alcune persone le barriere culturali legate al contesto di appartenenza rendono difficile rivolgersi a uno psicologo. Per esempio, l’idea che questa categoria di professionisti si occupi di malattie mentali genera diffidenza. Parenti, vicini e amici a volte non sanno che ci si rivolge a uno psicologo per un problema personale o relazionale oppure per momenti particolari di difficoltà. Per questo potrebbe essere imbarazzante venire “scoperti” mentre ci si reca allo studio del professionista. Le modalità telematiche aggirano anche questo problema.

Per altre persone, ancora, potrebbe essere il modo più sicuro per entrare in contatto con un esperto proprio a causa della loro problematica. Quando uscire di casa è vissuto come una fonte di disagio oppure lo è impegnarsi in una relazione, anche solo terapeutica, si rivela efficace per iniziare la consulenza.

In tali casi questa modalità, se protratta nel tempo, potrebbe evidenziare dei difetti, confermando il problema. Si rischia di mantenere così proprio quegli aspetti della propria vita che si vorrebbero cambiare.

Comunicazione scritta nell’intervento telematico

La comunicazione per iscritto (e-mail, messaggi, chat) a volte evidenzia tali difficoltà di espressione da indurre a rinunciare. Infatti persone poco abituate a scrivere, possono presentare difficoltà di esposizione e risultare efficaci nella comunicazione di informazioni importanti attraverso il parlato e l’espressività. In altri casi, invece, vedere per iscritto i propri pensieri e come mutano nel tempo può essere utile per fissare concetti e rivedere in maniera complessiva le tappe del percorso. Un altro vantaggio è l’eventualità in cui, rileggendosi, la persona possa elaborare il proprio racconto e riconsiderarlo, mettendo in moto un cambiamento.

Un altro punto critico delle modalità di comunicazione scritta sta nel fatto che esse comportano la difficoltà a cogliere alcuni segnali emotivi non verbali. Qui si intende il tono della voce, reazioni immediate, espressioni del volto e reazioni motorie. Si tratta di informazioni molto importanti per comprendere meglio gli stati d’animo del nostro interlocutore e per rafforzare la relazione terapeutica.

Gli interventi online e il “non verbale”

Chiamate e videochiamate possono colmare in parte la mancanza di segnali non verbali tipica delle chat, ma non possono sopperire completamente all’assenza fisica dell’altro. Infatti anche in video si viene ripresi solo parzialmente, non vediamo la postura dell’altro, se gesticola con le mani, se muove nervosamente una gamba, ecc. Perciò può essere più difficile comprendersi, soprattutto se aggiungiamo il fatto che la comunicazione, pur essendo sincrona, non è immediata come negli scambi dal vivo. Sebbene la differenza sia molto lieve, può interferire con la scorrevolezza della conversazione o persino risultare frustrante e stancante.

Nonostante ciò, in alcuni casi, una videochiamata potrebbe favorire la comunicazione non verbale. Basti pensare al già accennato caso di pandemia. Nel periodo post-lockdown, pur essendo possibile vedersi di persona, entra in vigore l’obbligo di indossare la mascherina nei colloqui vis à vis. In questo caso è molto più difficile interpretare le espressioni del volto, mentre in video è possibile. Perfetto esempio di come il contesto possa ribaltare la prospettiva.

I problemi della tecnologia

Nell’utilizzo di mezzi informatici possono sempre verificarsi imprevisti come problemi di connessione o altri problemi tecnici, ostacolando le comunicazioni. Potrebbe rivelarsi problematico per esempio con persone poco pazienti che possono cambiare idea dopo pochi minuti di attesa.

E’ difficile, inoltre, entrare in comunicazione con persone poco pratiche di nuove tecnologie: per qualcuno anche le videochiamate sono fonte di disorientamento.

Conclusioni

I mezzi di comunicazione telematici rappresentano uno strumento a nostra disposizione, che ci offre numerose possibilità e indubbi vantaggi, ma anche alcuni possibili svantaggi. Non è possibile dare una valutazione di negatività o positività di questi strumenti in una relazione terapeutica a prescindere dalla situazione singola. Per ogni caso occorre fare valutazioni specifiche. Quindi possiamo concludere che il valore degli strumenti in sé non è positivo o negativo, ma dipende da come li usiamo in un preciso contesto.

Per ulteriori approfondimenti sul tema leggi anche: La realtà del sostegno psicologico online.

La realtà del sostegno psicologico online

  • Nuove tecnologie e stile di vita
    • Fra reale e virtuale
    • La psicoterapia online
    • Le App del supporto psicologico

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L’avvento delle nuove tecnologie

Le nuove tecnologie hanno modificato il nostro stile di vita, il nostro modo di relazionarci con il mondo, di vivere le emozioni e di progettare il futuro. Si tratta di una trasformazione epocale perché è avvenuta nell’arco di pochi anni, cogliendoci per alcuni versi impreparati.

Gli psicologi, che fanno della relazione con l’altro la base del proprio intervento, hanno quindi la competenza per anticipare gli eventi. Questo per cogliere i nuovi bisogni delle persone, immaginando come possa cambiare la società nel suo insieme.

Il compito specifico è quello di adeguare le risorse che la tecnologia può offrire e declinarle secondo gli aspetti che caratterizzano la professione stessa. Una parte nell’analisi del cambiamento è data dall’esplorazione delle nuove tipologie di servizio e di richiesta.

La relazione tra reale e virtuale

I cambiamenti nelle forme di comunicazione contribuiscono alle trasformazioni sociali. Basti pensare a come l’invenzione del telefono abbia stravolto le nostre possibilità, permettendoci di comunicare facilmente con persone dall’altra parte del mondo. È necessario chiedersi come l’impatto con le nuove tecnologie stia cambiando la professione di psicologo e come possa modificarsi la relazione psicologo-utente nel mondo virtuale.

Se cerchiamo nel dizionario il termine “virtuale” troveremo la formula: “ciò che è in potenza e non in atto”. Questo termine è contrapposto in molti ambiti a ciò che invece viene definito “reale”, effettivo e non solo potenziale.

Nel mondo delle nuove tecnologie il dizionario conferisce al termine virtuale il significato di “ciò che è simulato”, ciò che vuole simulare un’interazione concreta. Si differenzia così dal mondo reale, in cui le connessioni sono effettive e comportano la presenza fisica.

In questo momento storico definire ciò che è virtuale come qualcosa di simulato, e quindi finto, potrebbe risultare riduttivo. In una società, infatti, che si muove tra chat e social network, reale e virtuale diventano due facce delle possibilità relazionali.

Queste due realtà si muovono su diversi piani e si avvalgono di strumenti diversi: nel primo caso serve una buona connessione Wi-fi, nel secondo è necessaria la presenza fisica. Tuttavia, entrambe permettono l’incontro e l’interazione tra due o più persone.

La dimensione relazionale nella quale ognuno di noi definisce la propria identità, oscilla tra reale e virtuale. La persona, abituata a relazionarsi faccia a faccia, si ritrova oggi in una rete di connessioni e possibilità di nuovi contatti, in cui reale e virtuale si sovrappongono.

In modo particolare, nelle nuove generazioni tale distinzione si annulla. La possibilità di socializzare data da Facebook e Instagram è in continuità con quella lasciata a scuola e nei “reali” punti di ritrovo.

Intervento psicologico telematico/online

In questo contesto, si inserisce l’intervento psicologico, che, come è stato detto in precedenza, è fondato sulla relazione. Internet ha permesso agli psicologi di intervenire anche a distanza, diventando uno strumento di contatto tra professionista e cliente.

L’intervento si articola in diversi modi: mail, chat, telefono e videoconsulenza.

L’utilizzo dell‘e-mail è un modo per mettere per iscritto le proprie esperienze interiori e per riorganizzare le idee. Di solito è utilizzata per il primo contatto in cui le comunicazioni di richiesta e intervento avvengono in momenti distinti. Questa modalità può essere preliminare e integrativa alla consulenza in presenza.

La seconda modalità include i canali social come Facebook, WhatsApp e Messenger, i quali consentono anche di avere una comunicazione in tempo reale, facilitando l’incontro (online). In questo modo è possibile comprendere la richiesta d’aiuto e trovare insieme il miglior modo per lavorare sul problema in un secondo momento.

Il telefono consente una comunicazione istantanea e aggiunge alle altre modalità descritte la possibilità di cogliere intonazione della voce, silenzi, tentennamenti e altre sfaccettature della conversazione.

Solo la videoconsulenza, tuttavia, accorda la possibilità di unire audio, video e testo. È ritenuta la via preferenziale di intervento online. Questo strumento, infatti, unisce la possibilità di contatto visivo con la comodità di una comunicazione a distanza, intesa come la capacità di azzerare le barriere architettoniche, ma anche quelle connesse a eventuali paure della persona.

Intervento psicologico online…senza psicologo

Nei casi appena presentati le tecnologie svolgono una funzione di supporto, facilitando la possibilità del servizio e permettendo che la relazione tra psicologo e utente abbia luogo e si basi sulla reciprocità.

Lo sviluppo tecnologico raggiunto, però, si è spinto oltre queste possibilità di intervento, ponendosi in molti casi in sostituzione della figura e della persona stessa dello psicologo, rendendo automatiche alcune procedure.

Per tecnologie psicologiche sostitutive ci si riferisce, per esempio, a quei software autoguidati che lavorano attraverso siti web, finalizzati alla prevenzione e promozione del benessere e ad offrire interventi educativi. Questi servizi sono rivolti a chi ricerca aiuto per perdere peso, per smettere di fumare o per prevenire ricadute.

A questi esempi si aggiungono tutte le applicazioni che sono proposte come un supporto psicologico non supervisionato, previa installazione su tablet e smartphone.

La figura e la persona dello psicologo, nei casi citati, vorrebbe essere del tutto sostituita dalla tecnologia. L’accessibilità, la semplicità e l’economicità di questi servizi costituiscono indubbi vantaggi per le persone che li utilizzano.

Tuttavia, se il professionista viene meno, insieme al suo bagaglio di conoscenze in grado di essere applicate con flessibilità e adeguatezza, viene meno il contributo all’obiettivo terapeutico della relazione, con tutte le sue implicazioni. In questo modo, pur risparmiando, si rinuncia irrimediabilmente all’efficacia dell’aiuto psicologico adeguato alla situazione specifica della persona.

Possiamo affermare, per concludere, che l’intervento telematico stia prendendo sempre più spazio accanto all’intervento tradizionale in presenza. Per questo, di recente, si è data molta attenzione all’argomento e alla comprensione di ciò che le nuove tecnologie apportano e tolgono alla relazione terapeutica.

Per approfondire i vantaggi e gli svantaggi del sostegno psicologico online in diverse situazioni leggi anche: Vantaggi e svantaggi dei mezzi telematici in psicologia

Corpo e mente come sistemi integrati

  • La persona come unità bio-psico-sociale
    • Reazione da stress e prontezza
    • Significato degli eventi e vissuto soggettivo
    • Sistema immunitario e equilibrio biologico

Lettura: 4 minuti

Il Vitruviano di Leonardo, simbolo universale di armonia

L’essere umano può essere figurato come una rete di sistemi interconnessi.

Comprende sistemi biologici, psicologici e sociali che interagiscono: la persona non è un insieme di segmenti separati, sovrapposti, bensì è un’unità bio-psico-sociale.

La psiche non solo emerge dal livello biologico, ma retroagisce su di esso.

La saggezza del corpo

In determinate situazioni l’organismo si attiva grazie alla reazione da stress. Essa produce variazioni importanti in diversi sistemi del corpo: il sistema nervoso, quello endocrino che secerne ormoni e mediatori chimici, immunitario per la difesa dell’organismo, metabolico per la regolazione, circolatorio per la diffusione delle sostanze vitali.

Tale reazione mette l’organismo in condizione di affrontare in modo ottimale la situazione specifica, preparandolo ad agire velocemente e al massimo delle proprie possibilità.

La reazione allo stressor, uno stimolo fisico, tossico o psichico, ha un grande valore evolutivo ed è vitale per una persona.

Quando, tuttavia, questo stato di prontezza psico-fisiologica (la condizione di stress) ha una durata prolungata nel tempo e il contesto che richiede tale prontezza è interpretato e vissuto come una fonte di preoccupazione, questo produce delle ripercussioni negative.

L’immagine mostra i due bracci del sistema dello stress, che originano nel sistema nervoso. Liberano sostanze e mediatori chimici che agiscono sollecitando altri organi e sistemi a secernere, a loro volta, altri mediatori e sostanze. Se ne può cogliere la complessità.

L’essenza della vita

E’ il significato attribuito alle situazioni e ai contesti a essere cruciale: non si tratta quindi di una valenza generale, ma di quella individuale e soggettiva, costruita e vissuta dalla persona.

Il significato dato agli eventi delinea in modo determinante il vissuto di chi attraversa situazioni e si muove in contesti che:

  • incidono sul proprio progetto di vita, come obiettivi e valori, o
  • sollevano dubbi su aspetti dell’identità, per esempio mettendo in luce inadeguatezze o in pericolo la posizione sociale,
  • producono una perdita importante,
  • diventano fonte di felicità o orgoglio, oppure ancora
  • rappresentano una sfida che può essere superata.

La variazione dell’equilibrio in uno dei sistemi del corpo produce l’alterazione dell’equilibrio dell’organismo nel suo complesso. L’umore, l’attività mentale e l’assetto cerebrale, per esempio, influenzano la regolazione ormonale e immunitaria comportando, in certe condizioni, una serie di rischi per la salute.

Il sistema immunitario in particolare è in continua ricerca di equilibrio biologico. Esso è capace di autoregolazione e ha un legame con ogni organo del nostro corpo, funziona come un organo di senso interno che si occupa della regolazione fisiologica dell’organismo (a sua volta influenzato da altri sistemi regolatori, il sistema nervoso e il sistema neuroendocrino).

Esso riveste, quindi, un ruolo molto importante.

Organi del sistema immunitario

Pochi spunti semplificati per riflettere sulla necessità di considerare l’essere umano come un’unità anche dal punto di vista della salute. E per considerare che mantenere l’equilibrio e uno stato di benessere sia possibile, contemplando la vita di una persona nella sua interezza.

Misure di sostegno nell’emergenza CoVid-19

  • Riorganizzazione quotidiana e salute emotiva
    • Condizioni di disagio nell’emergenza
    • Benessere psicologico e sistema immunitario
    • Amplificare reazioni abituali

Lettura: 3 minuti e 20′

L’emergenza Coronavirus e le misure di contenimento stanno imponendo una tempestiva e radicale riorganizzazione quotidiana, famigliare, lavorativa, relazionale e sociale in tutto il Paese.

La situazione di emergenza può condizionare la salute emotiva e il benessere mentale in modi diversi.

In questo contesto l’aiuto dello psicologo può essere utile per indirizzare le risorserielaborare i piani e gestire ansia e situazioni relazionali più complesse.

Sono a disposizione per il colloquio on-line o in studio a seconda della distanza, del caso e in linea con le direttive Ministeriali.

Misure di sostegno

Attualmente tutti ci stiamo adattando a situazioni diverse dal solito e, per far fronte alle difficoltà di questo particolare periodo, può essere utile saper gestire le emozioni che si generano, oltre che orientare e ottimizzare le risorse.

Le condizioni più frequenti di disagio provocate dalla situazione di emergenza contemplano:

  • panico e ansia generalizzata (un pericolo circoscritto e contenuto di contagio è generalizzato e esteso ad ogni situazione che viene percepita come rischiosa e allarmante)
  • allerta o tensione (stress) continua
  • paura del futuro
  • sensazione di impotenza
  • ipocondria (ogni minimo segnale viene interpretato come un sintomo del virus)
  • senso di solitudine, isolamento, prigionia (sensazione di essere in trappola e tagliati fuori dal mondo)
  • questioni esistenziali
  • paura dell’altro/perdita di fiducia nel prossimo
  • senso di abbandono
  • preoccupazione continua per la propria salute e quella di familiari e amici più fragili
  • preoccupazione per il lavoro / studi / altri progetti
  • rancore verso altri (considerati responsabili del contagio, persone che non rispettano le norme di sicurezza, ecc.)
  • difficoltà nella gestione dei figli
  • gestione del tempo in isolamento
  • gestione di anziani non autosufficienti

Emergenza e ripercussioni

I disagi che nascono in questa situazione di emergenza possono incidere complessivamente sul benessere psicologico e ripercuotersi sul sistema immunitario. In un momento, peraltro, in cui lo si vorrebbe al massimo dell’efficienza.

L’essere umano, infatti, consiste di una rete di sistemi interconnessi. Comprende sistemi biologici, psicologici e sociali che interagiscono: la persona è un’unità biopsicosociale.

La psiche, quindi, non solo emerge dal livello biologico, ma retroagisce su di esso. Il livello fisico e quello psicologico sono interconnessi e dipendono l’uno dall’altro.

A maggior ragione, proprio oggi, abbiamo dei motivi in più per creare un buon equilibrio psico-fisico per noi, per le persone che da noi dipendono e con cui ci relazioniamo.

Espressioni del disagio

La riorganizzazione richiesta dall’emergenza avviene in tempi rapidi e dà luogo alle reazioni più variegate ed estreme da parte delle persone.

Alcune reazioni, tuttavia, che si mettono in atto in tale situazione di emergenza non sembrano altro che l’estremizzazione di comportamenti che già appartengono al repertorio personale.

Chi in famiglia assume il ruolo di procurare i pasti, farà grandi scorte alimentari, non appena si prospetti il rischio di non poter più provvedere.

Colui/lei, invece, che abitualmente manifesta atteggiamenti oppositivi, esprimendo opinioni e critiche nei confronti di familiari o datori di lavoro, società o decisori politici, continuerà a farlo in modo esponenziale.

Chi, poi, tende ad agire esprimendo preoccupazione e immaginando gli eventi in modo negativo potrebbe sperimentare intensi momenti di ansia e contagiare, affliggendo, anche i propri cari.

Questo fa sì che alcuni comportamenti, che entro una certa misura erano tollerati, risultino eccessivi in situazione di crisi. Aumentando l’occorrenza di liti, sentimenti conflittuali, disagio e stress.

Ancor più si verifica per la presenza ‘forzata’ in famiglia, nella convivenza o al contrario per l’amplificazione dell’isolamento.

Questo servizio si rivolge a:

  • Persone vulnerabili che temono per la propria salute e quella dei cari/ lutto
  • Operatori sanitari
  • Uomini e donne preoccupati del loro futuro lavorativo
  • Studenti in stallo da laurea e progetti universitari
  • Genitori che si trovano divisi tra preoccupazioni lavorative e figli di ogni età da gestire a casa.

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Sparizioni al tempo dei social

  • Ghosting e generazioni digitali
    • Dal rifiuto sociale al dolore fisico
    • Disabilità empatiche o fragilità delle connessioni
    • Varietà social e sacrificio dell’altro

Lettura: 4 minuti e 20′

Di recente ho sentito parlare del ghosting, considerato il nome tecnico di un fenomeno comportamentale messo in atto dalle generazioni digitali.

Diventare dei fantasmi (dall’inglese ghost), ovvero sparire improvvisamente, smettendo di rispondere a chiamate, messaggi, email è descritto come un comportamento che reca nella vittima un disagio violento. Mi sono informata.

A questo proposito, tutti gli articoli web sembrano d’accordo: il cervello sarebbe dotato di un sistema di monitoraggio sociale (SSM) per controllare l’ambiente e capire come reagire alle situazioni che coinvolgono gli altri.

Il ghosting priverebbe la vittima di questi segnali.

Immagine tratta dal film Ghost

Rifiuto sociale e dolore fisico

Ho fatto una piccola ricerca sul web per saperne di più, ma ho trovato solo quanto riguarda gli articoli sul ghosting; la frase è sempre la stessa di articolo in articolo: “rifiuto sociale che attiva nel cervello gli stessi percorsi neurali del dolore fisico”.

In ogni caso è certo che qualunque reazione avvenga nel cervello essa dipenda dal significato attribuito agli eventi. Il fatto di non ricevere più una telefonata o un messaggio non è codificato dal cervello di per sé come uno stimolo doloroso, intendiamoci.

In altre situazioni questo potrebbe essere percepito come un fatto liberatorio o indifferente.

E’ il significato, il senso e le implicazioni che questo gesto mancato può avere nella vita della persona a far soffrire. Quindi attenzione a come interpreti il mondo, perché poi è così.

Le spiegazioni del fenomeno

Si legge del ghosting come di un abuso emotivo e una violenza psicologica. Chi pratica questa modalità avrebbe un profilo psicopatologico connesso all’assenza di empatia. Questa tipologia di comportamento poi sarebbe reso epidemico dall’utilizzo dei social networks per la fragilità delle connessioni.

Spero che una di queste due spiegazioni escluda l’altra.

Quando si dice ‘assenza di empatia’ è difficile capire a che cosa ci si riferisca precisamente: s’intende l’incapacità a immaginare il vissuto emotivo dell’altro o la volontà di provocare un dolore? o ancora la consapevolezza d’infliggerlo pur deresponsabilizzandosi?

Qualunque sia la risposta si implica chiaramente un gesto volontario e comunicativo, quello di non rispondere.

Ed è un gesto che si distingue nettamente in un mondo di contatti facili e continui. Se per spostarsi da una stanza all’altra in casa ci si porta dietro lo smartphone, com’è possibile non trovare il tempo per rispondere ad un messaggio?

C’è da aggiungere che, anche se è così facile, non è detto che uno sia tenuto a farlo. E, se non lo fa in un preciso momento, non necessariamente sta facendo qualcosa a te. Forse sta preservando il suo tempo, le sue attività e le sue relazioni faccia-a-faccia dalle intrusioni dello smartphone.

L’altro come icona

Coltivare le conoscenze quasi esclusivamente via social network può togliere molta parte al senso della persona e l’altro diventa un’icona sul tuo elenco contatti.

I colleghi impegnati nell’ambito dei comportamenti violenti insegnano che questi sono più facilmente rivolti a chi è considerato ‘meno persona’, come i bambini, le donne, i malati, i diversi in generale. Proprio così, la violenza è indirizzata alle categorie di persone considerate (da alcuni) meno.

Risulta verosimile quindi l’idea che una conoscenza degli altri che sia principalmente virtuale getti le basi per una spersonalizzazione dei contatti social. E possa prestarsi maggiormente a comportamenti poco riguardosi dei sentimenti altrui.

Ma non solo questo, anche l’apparente infinita possibilità di contatti in una cultura consumistica come la nostra contribuisce, forse in parte, alla noncuranza che si dimostra nel sacrificare l’altro.

Questioni di empatia

La capacità d’immaginare il vissuto emotivo dell’altro in determinate circostanze è presente a livelli, momenti, contesti e si può imparare. Ma un metodo efficace, a mio parere, per provare poca empatia è quello di inserire l’altro entro una categoria e identificarlo talmente tanto con essa da non vedere più la persona che c’è in lui/lei.

Categorizzare aiuta a muoversi nella complessità. Forse lenisce un po’ il dolore inducendo a pensare che l’altro è sparito perché malato e così ti toglie responsabilità. 

Salvo poi esporti all’eventualità che avvenga di nuovo con qualcun’altro e non perché siamo nell’era dei social, ma perché non ti confronti con la possibilità che sia tu a mettere in atto qualche comportamento che lascia senza parole.

Anche il silenzio parla.

Socialità in rete e gratificazione

  • Condivisione sui social
    • Natura della gratificazione
    • Like e riconoscimento
    • Affermazione del proprio essere

Lettura: 3 minuti

Foto elaborata con i filtri dello smartphone -via del bigolo a Padova

Pubblicare foto e le proprie opinioni nei social networks equivale spesso a condividerle con chiunque. E produce gratificazione a chi lo fa.

C’è chi è appagato al solo atto di condividere qualcosa con un pubblico immaginato. E chi invece si gratifica con le risposte e le reazioni al proprio contributo.

Ogni like genera una reazione mentale di natura chimica: diventa dipendenza per questo?

La chimica mentale

La chimica dipende dall’attivazione nel cervello di una rete di neuroni in comunicazione grazie al neurotrasmettitore dopamina. Tale sostanza è coinvolta nel movimento e nella memoria, nell’attenzione e nella regolazione di funzioni legate alla motivazione.


Tratto da: C’è da perderci la testa di Marta Dell’Angelo e Ludovica Lumer. Ed. Laterza

In un sistema neurale, in particolare, regola i processi di gratificazione e piacere associati a stimoli desiderabili, legati a comportamenti e assunzione di sostanze.

La dopamina è coinvolta nel controllo di funzioni fondamentali per il comportamento emozionale, come per esempio l’avvicinamento a un obiettivo.

Sistema mesolimbico – La dopamina é rilasciata nel sistema di ricompensa cerebrale in risposta ad uno stimolo importante per l’adattamento. Esso è unito alla gratificazione e alla sensazione di piacere. Il piacere rappresenta il vissuto affettivo che motiva la ripetizione dei comportamenti associati a quel piacere stesso.

Like e significato

Come può sembrare ovvio, non è il like di per sé ad essere codificato dal cervello come uno stimolo gratificante. Bensì il suo significato, il senso e le implicazioni che il like può riversare nella vita di chi lo riceve.

È chi lo riceve che gli attribuisce un significato. In base a quello i circuiti del sistema cerebrale coinvolto, eventualmente, rispondono con un aumento del tono del neurotrasmettitore. Questo produce la sensazione di piacere e costituisce l’effetto di rinforzo, infatti motiva la ripetizione del comportamento.

Diventa dipendenza, possibilmente, se non hai altri modi per gratificarti.

Illustrazione di una T-shirt

Questo significato è anche indotto dal contesto culturale e del social network, infatti il like è altamente significativo in tale contesto, essendo una fra le azioni possibili di riscontro, insieme al commento e al messaggio.

Il desiderio di esporsi e di mostrare il proprio io emergente, vale a dire quella parte riflessa dagli altri, dal loro sguardo e dalle loro risposte è la ricerca di un riconoscimento.

Così, attraverso una foto scattata a un paesaggio, a una pietanza prelibata, a una tavolata di amici o a una posa lasciva, si afferma il proprio essere.

Dall’esposizione al pensiero condiviso

L’attività di pensare che, secondo Cartesio, accertava il proprio essere –Cogito ergo sum (penso quindi sono)- è stata sostituita dall’esposizione in rete? si chiede un filosofo contemporaneo mentre afferma il proprio essere attraverso l’esposizione arguta della propria opinione su un social network.

René Descartes – Cartesio (1596-1650)

Veniamo alla domanda: l’esposizione sostituisce l’attività di pensiero? Risponderei di no, anzi direi che la stimola. Si tratta di un sistema attuale d’interazione.

Io non so chi sei o dove, eppure quando apro la ‘rete’ sul mio smartphone leggo un tuo scritto e mi viene voglia di risponderti, di attivare il mio pensiero e la mia capacità espositiva, di recuperare le memorie cristallizzate e contribuire a un’attività di pensiero condiviso, in questo salotto virtuale, rendendo il social network un luogo anche interessante (per me).

Relazioni incerte e nozioni psicologiche

  • Insicurezza relazionale: di che cosa parliamo
    • Il parere dei professionisti dal web
    • Come si traduce nel comportamento
    • Come si riconosce nelle persone
    • Che cosa si può fare

Lettura: 5 minuti

Arte Sella _ Il tempio

Chi manifesta insicurezza relazionale ha sentimenti e comportamenti che recano disagio a sé e alle persone con cui si relaziona. Questo avviene in modi talmente diversi fra una persona e l’altra, fra una relazione e l’altra, da rendere difficile la classificazione entro una categoria di diagnosi definita.

Il sintomo più sicuro è il disagio che, in alcuni casi, si ripete e si rinnova di relazione in relazione.

Informazioni dal web

A ben guardare, si trovano molti articoli pubblicati dai professionisti del settore psy sui social networks, sulle riviste on-line e sui siti specializzati; o da altri che si propongono sul mercato con rimedi innovativi.

E’ possibile, così, formulare diagnosi fai-da-te nelle più ampie categorie del disturbo di autostima, della dipendenza affettiva, della contro-dipendenza, della fame d’amore, … fino ad arrivare al disturbo di personalità definito nel manuale psichiatrico diagnostico americano.

Si legge di attaccamento totalizzante e paura della separazione, di gratificazione del bisogno di dipendenza, di relazioni affettive carenti di equilibrio e reciprocità, co-dipendenza, di controllo illusorio sulla vita dell’altro, di disamore per se stessi.

Questo in tutti i legami affettivi, da quelli familiari a quelli amicali, a quelli sentimentali; ogni relazione significativa vissuta con ansia, inadeguatezza e sfiducia.

Diversi repertori di comportamento

Si legge poi d’insicurezza che si manifesta attraverso gelosia, controllo, conflitti e incapacità a perdonare, di comportamenti che la persona in modo ricorrente mette in atto a seguito di convinzioni su di sé e sugli altri, di prove di fiducia e dimostrazioni d’amore.

Bisogno di controllare, inflessibilità e riluttanza a negoziare, si legge siano modalità per sentirsi al sicuro prevenendo tradimenti e abbandoni e allo stesso tempo anche una strategia per allontanare l’altro, in modo inconsapevole, e evitare di impegnarsi.

L’accento è posto sull’incapacità di fidarsi come un problema di fondo, che non riguarda l’altro e che può solo prennunciare l’instabilità di qualunque rapporto affettivo

Si legge, inoltre, della diffidenza come di un modo per sentirsi potenti e superiori rispetto agli altri, che cela solitudine e insicurezza, in persone che scompaiono all’improvviso dalla vita degli altri per paura dei legami, per esperienze passate, abbandono o trauma avvenuto nell’infanzia.

Un attaccamento a persone non adeguate ai propri bisogni rivelerebbe estrema fragilità, espressa poi attraverso richieste di non essere lasciati, che portano l’altro ad allontanarsi.

Si legge di annullamento totale, ingigantimento dei comportamenti dell’altro, di aggressività in cerca di conferme e di appesantimento di un flirt leggero.

Vizi e virtù rappresentati da Giotto nella Cappella degli Scrovegni

Come riconoscere o riconoscersi

Il repertorio descritto di comportamenti e atteggiamenti di chi soffre questo disagio riguarderebbe coloro che:

  1. non hanno alcuna cura di sé,
  2. ricercano riconoscimento attraverso l’approvazione dell’altro,
  3. dimostrano estrema compiacenza e timidezza, e ancora
  4. hanno eccessiva cura di sé e
  5. atteggiamenti sicuri e decisi

6) persone affermate e riconosciute professionalmente che, in modo inconsapevole, ricercano nell’altro la risposta a tutti i problemi, risposte giuste e soluzioni, per alimentare l’autostima e risolvere il senso di solitudine.

Si legge della tendenza di queste persone ad attribuire la propria sofferenza agli altri, a cause esterne. Una sorta di vittimismo li porterebbe ad esprimere lamentele costanti, comportamenti definiti “tossici” con pessimismo e critiche. Attraverso commenti e comportamenti negativi e disfattisti provocano ansia e stress costanti in sé stessi e negli altri. Conseguenza diretta sarebbe l’incapacità di ascoltare gli altri attribuendo ai propri problemi un’importanza centrale.

Si legge che dipendere emozionalmente da qualcuno è una condizione nociva causata da un vuoto affettivo. A causa del quale si cerca compensazione attraverso l’idealizzazione di un volto, cui sono attribuite qualità esclusive.

Confrontandosi con repertori così vasti di emozioni e comportamenti risulta difficile non riconoscersi o non riconoscere altri, come il partner o la sorella o l’amico, in qualche momento particolare di vita.

Mosaico

Sconfinamenti

Alcune di queste categorie in cui ci si riconosce o, ancora meglio, si riconosce l’altro fanno sentire al sicuro. Ci si riconosce un problema, o lo si riconosce al proprio ex fidanzato e si capisce che dipende da lui se è andata male. Ci si sente compresi. Lo si spiega e di per sé è rassicurante.

Certe categorie danno una direzione quando ci si sente un po’ perduti e contribuiscono a fornire una cultura psicologica che permette di accrescersi in autocoscienza.

Ogni volta che ci sentiamo al sicuro grazie ad una categoria di diagnosi e sentiamo d’aver capito qualcosa dobbiamo pensare all’importanza degli sconfinamenti. I modi in cui quella persona in particolare non rientra nella categoria, le sue sfumature speciali, perché parliamo di complessità dell’individuo, parliamo di relazioni fra complessità che s’intrecciano.

Questo crea dei grossi problemi con le classificazioni. Parliamo di situazioni e contesti, in cui le variabili possibili sono moltissime.

E’ necessario prima di tutto chiarire a sé stessi, quando si cercano informazioni psicologiche, quale sia l’obiettivo che ci si pone.

Se il tuo obiettivo è quello di stare meglio assegna al tuo ex (o a chiunque sia la persona per cui ti senti turbato) la categoria che preferisci, se è rassicurante, e poi pensa a come vuoi cambiare tu.

Esercizi di stile

Prospettive

E se lasciassi le diagnosi agli specialisti? E ti occupassi invece di cambiare il modo di guardare al tuo disagio e il modo di entrare in relazione? Il fatto è che non cambia niente se non cambi niente.

  1. Definisci te stesso con altre parole, le tue: il tuo senso di insicurezza si manifesta quando, con chi, dove? Come? Attraverso sentimenti, emozioni, sensazioni corporee o pensieri particolari, comportamenti, azioni… descrivilo con le tue parole. Scrivilo.
  2. Definisci quello che vorresti.
  3. Modifica alcune delle regole che hai seguito finora e scegline di nuove.
  4. Impegnati a rispettarle.
  5. Decidi quando cominciare.