Sulla terapia immaginativa

  • Benessere psicologico e immagini mentali
    • Interazione e dialogo con le emozioni
    • Immagine come simbolo, esperienza del sentire e lente
    • Terapia centrata sull’intervento e terapia centrata sulla persona
    • Stati di confine della coscienza

Lettura: 6 minuti

Definiamo i termini

La terapia è l’insieme dei mezzi e dei modi usati per ristabilire il benessere psicologico o ridurre un disagio. O trovare soluzione a un problema che si presenta in determinate esperienze emotivo-relazionali.

Una terapia immaginativa utilizza la facoltà della nostra mente di visualizzare immagini mentali. Queste non sono solo di tipo visivo, come la parola sembra suggerire, ma anche di tipo uditivo, tattile, possono riguardare percezioni e sensazioni corporee di posizione e movimento.

L’immaginazione, infatti, è un’esperienza multisensoriale.

Parliamo al plurale

Le terapie e le tecniche immaginative sono tante e diverse nella loro applicazione e negli obiettivi. Tutte, però, si basano sul fatto che eseguire un’azione e immaginare di eseguire la stessa azione attivano, in parte, le medesime strutture neuro-cognitive.

Questo, oggi, è stato ampiamente dimostrato attraverso esperimenti che hanno confrontato il tempo impiegato per fare e per immaginare azioni e osservato variazioni nella frequenza cardio-respiratoria molto simili nelle due condizioni.

Sono state osservate, inoltre, attraverso strumentazioni di neuro-immagine (fRMI, PET) attivazioni parziali delle medesime aree cerebrali nella situazione di preparazione ed esecuzione di azioni reali o immaginate.

Immagine tratta dallo studio di la Fougere, Zwergal, et al. (2010). Real versus imagined locomotion: a [18F]-FDG PET-fMRI comparison. NeuroImage. 50. 1589-98. 10.1016/j.neuroimage.2009.12.060.

L’immaginazione, quindi, ti permette di fare esperienze “terapeutiche” e funge da strumento di interazione e di dialogo con il mondo del sentire e con le emozioni. Per questo come strumento si presta ad essere applicato e utilizzato attraverso molte tecniche, approcci e tradizioni terapeutiche.

Il campo psicologico, inoltre, non è l’unico che si avvale di questa facoltà umana per coltivare il benessere e/o per aumentare certe possibilità personali, si pensi a titolo di esempio alla meditazione e alle pratiche affini.

Se la facoltà di fare esperienze immaginative è un mezzo, ciò che la rende terapeutica riguarda gli obiettivi perseguiti, le cornici e i contesti in cui viene inserita e proposta, oltre che le modalità degli interventi.

Stesso strumento, diversa funzione

Ciò che conta di fronte alla libertà del mare non è avere una nave, ma un posto dove andare, un porto, un sogno, che valga tutta quell’acqua da attraversare.

Alessandro D’Avenia

Evocare immagini mentali è una tecnica con funzioni e obiettivi diversi a seconda dell’approccio e dell’orientamento teorico. Ciò che cambia è l’obiettivo per cui lo si utilizza, il ruolo che gli si attribuisce e la funzione che assume all’interno del contesto in cui viene proposta.

Mettiamo il caso, per esempio, che io ti proponga un’immagine evocativa come quella nella citazione di D’Avenia, qui sopra. Se tu rispondessi che basta starci nel mare per sentirne l’effetto, anche senza isole o porti da raggiungere -in linea con Joseph Conrad e i suoi racconti. Potrei “usare” questa risposta in modi diversi:

  1. Interpretare la risposta in modo simbolico;
  2. Collegare l’immagine-risposta con un vissuto emotivo;
  3. Chiedere che cosa intendi con questo per accedere al mondo dei tuoi significati personali ed entrare così in relazione con te e con il tuo mondo, per comprenderlo e capire innanzitutto di cosa hai bisogno.

Questi tre modi sono esempi di diversi approcci psicologici. Seguono alcuni esempi ideati e sviluppati a scopo illustrativo.

1. Immagine simbolica -Il terapeuta si pone in esplorazione dei significati della persona attraverso l’interpretazione di simboli.

Ipotizziamo di usare una simbologia pre-confezionata, per semplificare l’esempio, considerando i personaggi anti-eroici presenti nella narrativa di Conrad. Così, le immagini mentali diventano linguaggio e comunicazione di mondi emotivi e l’interpretazione di simboli potrebbe portare a credere che ti identifichi nell’atmosfera d’insicurezza e pessimismo degli scritti di Joseph Conrad.

Assumendo così che la stessa simbologia valga per tutti uguale, ti direi quali sono le ragioni dei tuoi comportamenti e delle tue emozioni, basandomi sull’interpretazione dei simboli che giungono alla mia attenzione. Questo con l’intento di ampliare la tua consapevolezza.

2. Esperienza emotiva pregressa

“In quali occasioni ti sei sentito come se fossi in mezzo al mare senza un luogo da raggiungere? e qual’era l’effetto?” potrebbe chiedere il terapeuta che usa le immagini mentali per la rielaborazione emotiva dei pensieri legati a un ricordo doloroso.

Al cospetto di un esperto e in un contesto suggestivo vien da sé di creare un collegamento fra l’immagine “emotiva” e l’eventuale esperienza ricordata e interpretata come traumatica. La rivisitazione di alcuni vissuti passati ha l’obiettivo di elaborare razionalmente il ricordo, per ridimensionare intensità e rilevanza delle emozioni legate ad esso.

Rischia però anche di creare l’idea di una esperienza traumatica che catalizza l’attenzione nel passato.

3. Allineamento metaforico

Le immagini mentali usate come veicolo di significato diventano linguaggio metaforico, ma anche una lente attraverso cui mettere a fuoco il modo in cui tu rappresenti te stesso, gli altri e il mondo. Questo avviene secondo il senso, il significato e i valori che tu stesso attribuisci ai tuoi vissuti.

Potrei chiederti, quindi, a che cosa tu ti riferisca in particolare citando Conrad. Potrei valutare se sia per te abitudine porti in contraddizione con le opinioni altrui, come in questo caso. E così, per tornare all’esempio, aprire a riflessioni personali come quella che talvolta conti più il viaggio della meta, in quali modi il tuo viaggio si stia rivelando piacevole e in quali meno e altri dettagli e implicazioni importanti e significativi per te.

Tecniche immaginative formali e informali

Una tecnica formale è strutturata in passi prefissati e dotata di nome e acronimo. Essa pone l’intervento immaginativo al centro della terapia. Come a dire che la terapia è centrata sull’intervento immaginativo, o sulla simbologia unica delle proprie teorie, o ancora sui procedimenti di ricerca di memorie traumatiche.

Le tecniche informali, diversamente, sono inserite nel colloquio. Si utilizzano, quindi, in una terapia centrata sulla persona. Così attraverso domande, prescrizioni o compiti assegnati, dialoghi improvvisati, linguaggio evocativo, il terapeuta accompagna la persona: ad anticipare eventi e volontà future, a cambiare prospettiva immaginandosi in panni diversi dai suoi, ad assumere uno sguardo esterno sulle proprie scelte e emozioni.

Si usano le immagini per comunicare in modo evocativo e per smuovere il mondo emotivo, per produrre alterazione senso-percettiva e indurre così a una riorganizzazione dell’esperienza perturbata del mondo e di sé.

Immaginazione e coscienza

L’immaginazione è uno dei processi coscienti più evidenti. Gli atti della coscienza si configurano come una simulazione del comportamento e delle sensazioni che lo accompagnano.

Attraverso l’immaginazione guidata è possibile sperimentare stati di rilassamento e di riduzione della vigilanza in stati di coscienza simili ai sogni a occhi aperti e alle fantasticherie. Si parla di stati pre-ipnotici o di stati modificati di coscienza.

In tali condizioni alcune percezioni sono modificate rispetto all’ordinario per influire sull’esperienza soggettiva. Si tratta di stati al confine della coscienza vigile, che non si differenziano molto dalla distrazione, dall’incantamento, dall’estraneazione o dal disorientamento.

La destabilizzazione sul piano cognitivo porta ad una rielaborazione coerente fra realtà percepita e coscienza di sé. Questo apre a soluzioni nuove e a nuovi modi di sentire.

Ora immagina… se vuoi

Guarda quella sagoma, là in fondo sul sentiero, è diretta verso di te. Ci vorrà un po’ prima che vi incontriate, il tempo che serve per preparati mentre le vai incontro. Sì, perché ha delle cose da dirti molto importanti. Può rassicurarti o sorprenderti, forse può deluderti, ma decidi tu. Decidilo prima. Potresti trovare delle domande da fare.

Fermati un attimo a pensare che cosa vorresti che ti dicesse. Qualcosa che potrebbe toccarti. Senti il cinguettare dal bosco e il ristoro dell’ombra in questa giornata di primavera.

Puoi fidarti di quella persona? Ascolterà? Ti terrà in considerazione? Dirà quello che vuoi sapere? Ha un’andatura veloce, come se avesse un luogo da raggiungere, o prende tempo per misurare il passo?

A queste domande puoi già rispondere, infatti quella sagoma là in fondo sei tu fra qualche tempo. Tra un anno o venti, secondo quello che vuoi sapere. C’è un luogo immaginario in cui potete incontrarvi, là sul quel sentiero.

Come ti vedi? Capelli, abbigliamento, aspetto, modo di porti. Quale sarà il tuo tono di voce? Prefiguralo per riconoscerti.

Ecco vi avvicinate. Fermati. Chiedi e ascolta.

Corpo e mente come sistemi integrati

  • La persona come unità bio-psico-sociale
    • Reazione da stress e prontezza
    • Significato degli eventi e vissuto soggettivo
    • Sistema immunitario e equilibrio biologico

Lettura: 4 minuti

Il Vitruviano di Leonardo, simbolo universale di armonia

L’essere umano può essere figurato come una rete di sistemi interconnessi.

Comprende sistemi biologici, psicologici e sociali che interagiscono: la persona non è un insieme di segmenti separati, sovrapposti, bensì è un’unità bio-psico-sociale.

La psiche non solo emerge dal livello biologico, ma retroagisce su di esso.

La saggezza del corpo

In determinate situazioni l’organismo si attiva grazie alla reazione da stress. Essa produce variazioni importanti in diversi sistemi del corpo: il sistema nervoso, quello endocrino che secerne ormoni e mediatori chimici, immunitario per la difesa dell’organismo, metabolico per la regolazione, circolatorio per la diffusione delle sostanze vitali.

Tale reazione mette l’organismo in condizione di affrontare in modo ottimale la situazione specifica, preparandolo ad agire velocemente e al massimo delle proprie possibilità.

La reazione allo stressor, uno stimolo fisico, tossico o psichico, ha un grande valore evolutivo ed è vitale per una persona.

Quando, tuttavia, questo stato di prontezza psico-fisiologica (la condizione di stress) ha una durata prolungata nel tempo e il contesto che richiede tale prontezza è interpretato e vissuto come una fonte di preoccupazione, questo produce delle ripercussioni negative.

L’immagine mostra i due bracci del sistema dello stress, che originano nel sistema nervoso. Liberano sostanze e mediatori chimici che agiscono sollecitando altri organi e sistemi a secernere, a loro volta, altri mediatori e sostanze. Se ne può cogliere la complessità.

L’essenza della vita

E’ il significato attribuito alle situazioni e ai contesti a essere cruciale: non si tratta quindi di una valenza generale, ma di quella individuale e soggettiva, costruita e vissuta dalla persona.

Il significato dato agli eventi delinea in modo determinante il vissuto di chi attraversa situazioni e si muove in contesti che:

  • incidono sul proprio progetto di vita, come obiettivi e valori, o
  • sollevano dubbi su aspetti dell’identità, per esempio mettendo in luce inadeguatezze o in pericolo la posizione sociale,
  • producono una perdita importante,
  • diventano fonte di felicità o orgoglio, oppure ancora
  • rappresentano una sfida che può essere superata.

La variazione dell’equilibrio in uno dei sistemi del corpo produce l’alterazione dell’equilibrio dell’organismo nel suo complesso. L’umore, l’attività mentale e l’assetto cerebrale, per esempio, influenzano la regolazione ormonale e immunitaria comportando, in certe condizioni, una serie di rischi per la salute.

Il sistema immunitario in particolare è in continua ricerca di equilibrio biologico. Esso è capace di autoregolazione e ha un legame con ogni organo del nostro corpo, funziona come un organo di senso interno che si occupa della regolazione fisiologica dell’organismo (a sua volta influenzato da altri sistemi regolatori, il sistema nervoso e il sistema neuroendocrino).

Esso riveste, quindi, un ruolo molto importante.

Organi del sistema immunitario

Pochi spunti semplificati per riflettere sulla necessità di considerare l’essere umano come un’unità anche dal punto di vista della salute. E per considerare che mantenere l’equilibrio e uno stato di benessere sia possibile, contemplando la vita di una persona nella sua interezza.

Misure di sostegno nell’emergenza CoVid-19

  • Riorganizzazione quotidiana e salute emotiva
    • Condizioni di disagio nell’emergenza
    • Benessere psicologico e sistema immunitario
    • Amplificare reazioni abituali

Lettura: 3 minuti e 20′

L’emergenza Coronavirus e le misure di contenimento stanno imponendo una tempestiva e radicale riorganizzazione quotidiana, famigliare, lavorativa, relazionale e sociale in tutto il Paese.

La situazione di emergenza può condizionare la salute emotiva e il benessere mentale in modi diversi.

In questo contesto l’aiuto dello psicologo può essere utile per indirizzare le risorserielaborare i piani e gestire ansia e situazioni relazionali più complesse.

Sono a disposizione per il colloquio on-line o in studio a seconda della distanza, del caso e in linea con le direttive Ministeriali.

Misure di sostegno

Attualmente tutti ci stiamo adattando a situazioni diverse dal solito e, per far fronte alle difficoltà di questo particolare periodo, può essere utile saper gestire le emozioni che si generano, oltre che orientare e ottimizzare le risorse.

Le condizioni più frequenti di disagio provocate dalla situazione di emergenza contemplano:

  • panico e ansia generalizzata (un pericolo circoscritto e contenuto di contagio è generalizzato e esteso ad ogni situazione che viene percepita come rischiosa e allarmante)
  • allerta o tensione (stress) continua
  • paura del futuro
  • sensazione di impotenza
  • ipocondria (ogni minimo segnale viene interpretato come un sintomo del virus)
  • senso di solitudine, isolamento, prigionia (sensazione di essere in trappola e tagliati fuori dal mondo)
  • questioni esistenziali
  • paura dell’altro/perdita di fiducia nel prossimo
  • senso di abbandono
  • preoccupazione continua per la propria salute e quella di familiari e amici più fragili
  • preoccupazione per il lavoro / studi / altri progetti
  • rancore verso altri (considerati responsabili del contagio, persone che non rispettano le norme di sicurezza, ecc.)
  • difficoltà nella gestione dei figli
  • gestione del tempo in isolamento
  • gestione di anziani non autosufficienti

Emergenza e ripercussioni

I disagi che nascono in questa situazione di emergenza possono incidere complessivamente sul benessere psicologico e ripercuotersi sul sistema immunitario. In un momento, peraltro, in cui lo si vorrebbe al massimo dell’efficienza.

L’essere umano, infatti, consiste di una rete di sistemi interconnessi. Comprende sistemi biologici, psicologici e sociali che interagiscono: la persona è un’unità biopsicosociale.

La psiche, quindi, non solo emerge dal livello biologico, ma retroagisce su di esso. Il livello fisico e quello psicologico sono interconnessi e dipendono l’uno dall’altro.

A maggior ragione, proprio oggi, abbiamo dei motivi in più per creare un buon equilibrio psico-fisico per noi, per le persone che da noi dipendono e con cui ci relazioniamo.

Espressioni del disagio

La riorganizzazione richiesta dall’emergenza avviene in tempi rapidi e dà luogo alle reazioni più variegate ed estreme da parte delle persone.

Alcune reazioni, tuttavia, che si mettono in atto in tale situazione di emergenza non sembrano altro che l’estremizzazione di comportamenti che già appartengono al repertorio personale.

Chi in famiglia assume il ruolo di procurare i pasti, farà grandi scorte alimentari, non appena si prospetti il rischio di non poter più provvedere.

Colui/lei, invece, che abitualmente manifesta atteggiamenti oppositivi, esprimendo opinioni e critiche nei confronti di familiari o datori di lavoro, società o decisori politici, continuerà a farlo in modo esponenziale.

Chi, poi, tende ad agire esprimendo preoccupazione e immaginando gli eventi in modo negativo potrebbe sperimentare intensi momenti di ansia e contagiare, affliggendo, anche i propri cari.

Questo fa sì che alcuni comportamenti, che entro una certa misura erano tollerati, risultino eccessivi in situazione di crisi. Aumentando l’occorrenza di liti, sentimenti conflittuali, disagio e stress.

Ancor più si verifica per la presenza ‘forzata’ in famiglia, nella convivenza o al contrario per l’amplificazione dell’isolamento.

Questo servizio si rivolge a:

  • Persone vulnerabili che temono per la propria salute e quella dei cari/ lutto
  • Operatori sanitari
  • Uomini e donne preoccupati del loro futuro lavorativo
  • Studenti in stallo da laurea e progetti universitari
  • Genitori che si trovano divisi tra preoccupazioni lavorative e figli di ogni età da gestire a casa.

Prenota la tua consulenza psicologica

Sparizioni al tempo dei social

  • Ghosting e generazioni digitali
    • Dal rifiuto sociale al dolore fisico
    • Disabilità empatiche o fragilità delle connessioni
    • Varietà social e sacrificio dell’altro

Lettura: 4 minuti e 20′

Di recente ho sentito parlare del ghosting, considerato il nome tecnico di un fenomeno comportamentale messo in atto dalle generazioni digitali.

Diventare dei fantasmi (dall’inglese ghost), ovvero sparire improvvisamente, smettendo di rispondere a chiamate, messaggi, email è descritto come un comportamento che reca nella vittima un disagio violento. Mi sono informata.

A questo proposito, tutti gli articoli web sembrano d’accordo: il cervello sarebbe dotato di un sistema di monitoraggio sociale (SSM) per controllare l’ambiente e capire come reagire alle situazioni che coinvolgono gli altri.

Il ghosting priverebbe la vittima di questi segnali.

Immagine tratta dal film Ghost

Rifiuto sociale e dolore fisico

Ho fatto una piccola ricerca sul web per saperne di più, ma ho trovato solo quanto riguarda gli articoli sul ghosting; la frase è sempre la stessa di articolo in articolo: “rifiuto sociale che attiva nel cervello gli stessi percorsi neurali del dolore fisico”.

In ogni caso è certo che qualunque reazione avvenga nel cervello essa dipenda dal significato attribuito agli eventi. Il fatto di non ricevere più una telefonata o un messaggio non è codificato dal cervello di per sé come uno stimolo doloroso, intendiamoci.

In altre situazioni questo potrebbe essere percepito come un fatto liberatorio o indifferente.

E’ il significato, il senso e le implicazioni che questo gesto mancato può avere nella vita della persona a far soffrire. Quindi attenzione a come interpreti il mondo, perché poi è così.

Le spiegazioni del fenomeno

Si legge del ghosting come di un abuso emotivo e una violenza psicologica. Chi pratica questa modalità avrebbe un profilo psicopatologico connesso all’assenza di empatia. Questa tipologia di comportamento poi sarebbe reso epidemico dall’utilizzo dei social networks per la fragilità delle connessioni.

Spero che una di queste due spiegazioni escluda l’altra.

Quando si dice ‘assenza di empatia’ è difficile capire a che cosa ci si riferisca precisamente: s’intende l’incapacità a immaginare il vissuto emotivo dell’altro o la volontà di provocare un dolore? o ancora la consapevolezza d’infliggerlo pur deresponsabilizzandosi?

Qualunque sia la risposta si implica chiaramente un gesto volontario e comunicativo, quello di non rispondere.

Ed è un gesto che si distingue nettamente in un mondo di contatti facili e continui. Se per spostarsi da una stanza all’altra in casa ci si porta dietro lo smartphone, com’è possibile non trovare il tempo per rispondere ad un messaggio?

C’è da aggiungere che, anche se è così facile, non è detto che uno sia tenuto a farlo. E, se non lo fa in un preciso momento, non necessariamente sta facendo qualcosa a te. Forse sta preservando il suo tempo, le sue attività e le sue relazioni faccia-a-faccia dalle intrusioni dello smartphone.

L’altro come icona

Coltivare le conoscenze quasi esclusivamente via social network può togliere molta parte al senso della persona e l’altro diventa un’icona sul tuo elenco contatti.

I colleghi impegnati nell’ambito dei comportamenti violenti insegnano che questi sono più facilmente rivolti a chi è considerato ‘meno persona’, come i bambini, le donne, i malati, i diversi in generale. Proprio così, la violenza è indirizzata alle categorie di persone considerate (da alcuni) meno.

Risulta verosimile quindi l’idea che una conoscenza degli altri che sia principalmente virtuale getti le basi per una spersonalizzazione dei contatti social. E possa prestarsi maggiormente a comportamenti poco riguardosi dei sentimenti altrui.

Ma non solo questo, anche l’apparente infinita possibilità di contatti in una cultura consumistica come la nostra contribuisce, forse in parte, alla noncuranza che si dimostra nel sacrificare l’altro.

Questioni di empatia

La capacità d’immaginare il vissuto emotivo dell’altro in determinate circostanze è presente a livelli, momenti, contesti e si può imparare. Ma un metodo efficace, a mio parere, per provare poca empatia è quello di inserire l’altro entro una categoria e identificarlo talmente tanto con essa da non vedere più la persona che c’è in lui/lei.

Categorizzare aiuta a muoversi nella complessità. Forse lenisce un po’ il dolore inducendo a pensare che l’altro è sparito perché malato e così ti toglie responsabilità. 

Salvo poi esporti all’eventualità che avvenga di nuovo con qualcun’altro e non perché siamo nell’era dei social, ma perché non ti confronti con la possibilità che sia tu a mettere in atto qualche comportamento che lascia senza parole.

Anche il silenzio parla.

Socialità in rete e gratificazione

  • Condivisione sui social
    • Natura della gratificazione
    • Like e riconoscimento
    • Affermazione del proprio essere

Lettura: 3 minuti

Foto elaborata con i filtri dello smartphone -via del bigolo a Padova

Pubblicare foto e le proprie opinioni nei social networks equivale spesso a condividerle con chiunque. E produce gratificazione a chi lo fa.

C’è chi è appagato al solo atto di condividere qualcosa con un pubblico immaginato. E chi invece si gratifica con le risposte e le reazioni al proprio contributo.

Ogni like genera una reazione mentale di natura chimica: diventa dipendenza per questo?

La chimica mentale

La chimica dipende dall’attivazione nel cervello di una rete di neuroni in comunicazione grazie al neurotrasmettitore dopamina. Tale sostanza è coinvolta nel movimento e nella memoria, nell’attenzione e nella regolazione di funzioni legate alla motivazione.


Tratto da: C’è da perderci la testa di Marta Dell’Angelo e Ludovica Lumer. Ed. Laterza

In un sistema neurale, in particolare, regola i processi di gratificazione e piacere associati a stimoli desiderabili, legati a comportamenti e assunzione di sostanze.

La dopamina è coinvolta nel controllo di funzioni fondamentali per il comportamento emozionale, come per esempio l’avvicinamento a un obiettivo.

Sistema mesolimbico – La dopamina é rilasciata nel sistema di ricompensa cerebrale in risposta ad uno stimolo importante per l’adattamento. Esso è unito alla gratificazione e alla sensazione di piacere. Il piacere rappresenta il vissuto affettivo che motiva la ripetizione dei comportamenti associati a quel piacere stesso.

Like e significato

Come può sembrare ovvio, non è il like di per sé ad essere codificato dal cervello come uno stimolo gratificante. Bensì il suo significato, il senso e le implicazioni che il like può riversare nella vita di chi lo riceve.

È chi lo riceve che gli attribuisce un significato. In base a quello i circuiti del sistema cerebrale coinvolto, eventualmente, rispondono con un aumento del tono del neurotrasmettitore. Questo produce la sensazione di piacere e costituisce l’effetto di rinforzo, infatti motiva la ripetizione del comportamento.

Diventa dipendenza, possibilmente, se non hai altri modi per gratificarti.

Illustrazione di una T-shirt

Questo significato è anche indotto dal contesto culturale e del social network, infatti il like è altamente significativo in tale contesto, essendo una fra le azioni possibili di riscontro, insieme al commento e al messaggio.

Il desiderio di esporsi e di mostrare il proprio io emergente, vale a dire quella parte riflessa dagli altri, dal loro sguardo e dalle loro risposte è la ricerca di un riconoscimento.

Così, attraverso una foto scattata a un paesaggio, a una pietanza prelibata, a una tavolata di amici o a una posa lasciva, si afferma il proprio essere.

Dall’esposizione al pensiero condiviso

L’attività di pensare che, secondo Cartesio, accertava il proprio essere –Cogito ergo sum (penso quindi sono)- è stata sostituita dall’esposizione in rete? si chiede un filosofo contemporaneo mentre afferma il proprio essere attraverso l’esposizione arguta della propria opinione su un social network.

René Descartes – Cartesio (1596-1650)

Veniamo alla domanda: l’esposizione sostituisce l’attività di pensiero? Risponderei di no, anzi direi che la stimola. Si tratta di un sistema attuale d’interazione.

Io non so chi sei o dove, eppure quando apro la ‘rete’ sul mio smartphone leggo un tuo scritto e mi viene voglia di risponderti, di attivare il mio pensiero e la mia capacità espositiva, di recuperare le memorie cristallizzate e contribuire a un’attività di pensiero condiviso, in questo salotto virtuale, rendendo il social network un luogo anche interessante (per me).

Relazioni incerte e nozioni psicologiche

  • Insicurezza relazionale: di che cosa parliamo
    • Il parere dei professionisti dal web
    • Come si traduce nel comportamento
    • Come si riconosce nelle persone
    • Che cosa si può fare

Lettura: 5 minuti

Arte Sella _ Il tempio

Chi manifesta insicurezza relazionale ha sentimenti e comportamenti che recano disagio a sé e alle persone con cui si relaziona. Questo avviene in modi talmente diversi fra una persona e l’altra, fra una relazione e l’altra, da rendere difficile la classificazione entro una categoria di diagnosi definita.

Il sintomo più sicuro è il disagio che, in alcuni casi, si ripete e si rinnova di relazione in relazione.

Informazioni dal web

A ben guardare, si trovano molti articoli pubblicati dai professionisti del settore psy sui social networks, sulle riviste on-line e sui siti specializzati; o da altri che si propongono sul mercato con rimedi innovativi.

E’ possibile, così, formulare diagnosi fai-da-te nelle più ampie categorie del disturbo di autostima, della dipendenza affettiva, della contro-dipendenza, della fame d’amore, … fino ad arrivare al disturbo di personalità definito nel manuale psichiatrico diagnostico americano.

Si legge di attaccamento totalizzante e paura della separazione, di gratificazione del bisogno di dipendenza, di relazioni affettive carenti di equilibrio e reciprocità, co-dipendenza, di controllo illusorio sulla vita dell’altro, di disamore per se stessi.

Questo in tutti i legami affettivi, da quelli familiari a quelli amicali, a quelli sentimentali; ogni relazione significativa vissuta con ansia, inadeguatezza e sfiducia.

Diversi repertori di comportamento

Si legge poi d’insicurezza che si manifesta attraverso gelosia, controllo, conflitti e incapacità a perdonare, di comportamenti che la persona in modo ricorrente mette in atto a seguito di convinzioni su di sé e sugli altri, di prove di fiducia e dimostrazioni d’amore.

Bisogno di controllare, inflessibilità e riluttanza a negoziare, si legge siano modalità per sentirsi al sicuro prevenendo tradimenti e abbandoni e allo stesso tempo anche una strategia per allontanare l’altro, in modo inconsapevole, e evitare di impegnarsi.

L’accento è posto sull’incapacità di fidarsi come un problema di fondo, che non riguarda l’altro e che può solo prennunciare l’instabilità di qualunque rapporto affettivo

Si legge, inoltre, della diffidenza come di un modo per sentirsi potenti e superiori rispetto agli altri, che cela solitudine e insicurezza, in persone che scompaiono all’improvviso dalla vita degli altri per paura dei legami, per esperienze passate, abbandono o trauma avvenuto nell’infanzia.

Un attaccamento a persone non adeguate ai propri bisogni rivelerebbe estrema fragilità, espressa poi attraverso richieste di non essere lasciati, che portano l’altro ad allontanarsi.

Si legge di annullamento totale, ingigantimento dei comportamenti dell’altro, di aggressività in cerca di conferme e di appesantimento di un flirt leggero.

Vizi e virtù rappresentati da Giotto nella Cappella degli Scrovegni

Come riconoscere o riconoscersi

Il repertorio descritto di comportamenti e atteggiamenti di chi soffre questo disagio riguarderebbe coloro che:

  1. non hanno alcuna cura di sé,
  2. ricercano riconoscimento attraverso l’approvazione dell’altro,
  3. dimostrano estrema compiacenza e timidezza, e ancora
  4. hanno eccessiva cura di sé e
  5. atteggiamenti sicuri e decisi

6) persone affermate e riconosciute professionalmente che, in modo inconsapevole, ricercano nell’altro la risposta a tutti i problemi, risposte giuste e soluzioni, per alimentare l’autostima e risolvere il senso di solitudine.

Si legge della tendenza di queste persone ad attribuire la propria sofferenza agli altri, a cause esterne. Una sorta di vittimismo li porterebbe ad esprimere lamentele costanti, comportamenti definiti “tossici” con pessimismo e critiche. Attraverso commenti e comportamenti negativi e disfattisti provocano ansia e stress costanti in sé stessi e negli altri. Conseguenza diretta sarebbe l’incapacità di ascoltare gli altri attribuendo ai propri problemi un’importanza centrale.

Si legge che dipendere emozionalmente da qualcuno è una condizione nociva causata da un vuoto affettivo. A causa del quale si cerca compensazione attraverso l’idealizzazione di un volto, cui sono attribuite qualità esclusive.

Confrontandosi con repertori così vasti di emozioni e comportamenti risulta difficile non riconoscersi o non riconoscere altri, come il partner o la sorella o l’amico, in qualche momento particolare di vita.

Mosaico

Sconfinamenti

Alcune di queste categorie in cui ci si riconosce o, ancora meglio, si riconosce l’altro fanno sentire al sicuro. Ci si riconosce un problema, o lo si riconosce al proprio ex fidanzato e si capisce che dipende da lui se è andata male. Ci si sente compresi. Lo si spiega e di per sé è rassicurante.

Certe categorie danno una direzione quando ci si sente un po’ perduti e contribuiscono a fornire una cultura psicologica che permette di accrescersi in autocoscienza.

Ogni volta che ci sentiamo al sicuro grazie ad una categoria di diagnosi e sentiamo d’aver capito qualcosa dobbiamo pensare all’importanza degli sconfinamenti. I modi in cui quella persona in particolare non rientra nella categoria, le sue sfumature speciali, perché parliamo di complessità dell’individuo, parliamo di relazioni fra complessità che s’intrecciano.

Questo crea dei grossi problemi con le classificazioni. Parliamo di situazioni e contesti, in cui le variabili possibili sono moltissime.

E’ necessario prima di tutto chiarire a sé stessi, quando si cercano informazioni psicologiche, quale sia l’obiettivo che ci si pone.

Se il tuo obiettivo è quello di stare meglio assegna al tuo ex (o a chiunque sia la persona per cui ti senti turbato) la categoria che preferisci, se è rassicurante, e poi pensa a come vuoi cambiare tu.

Esercizi di stile

Prospettive

E se lasciassi le diagnosi agli specialisti? E ti occupassi invece di cambiare il modo di guardare al tuo disagio e il modo di entrare in relazione? Il fatto è che non cambia niente se non cambi niente.

  1. Definisci te stesso con altre parole, le tue: il tuo senso di insicurezza si manifesta quando, con chi, dove? Come? Attraverso sentimenti, emozioni, sensazioni corporee o pensieri particolari, comportamenti, azioni… descrivilo con le tue parole. Scrivilo.
  2. Definisci quello che vorresti.
  3. Modifica alcune delle regole che hai seguito finora e scegline di nuove.
  4. Impegnati a rispettarle.
  5. Decidi quando cominciare.

Immaginare in negativo per non restare delusi

  • In attesa degli eventi sai scegliere lo stato d’animo adatto?
    • Modi diversi di attendere e conseguenze possibili
    • Le attese amorose
    • Scegliere il proprio stile

Lettura: 3 minuti e 30′

È una strategia consapevole quella di immaginare il futuro sfavorevole di un evento?

Quando, per esempio, si aspetta il risultato di un esame con grande apprensione, immaginando tutte le conseguenze spiacevoli di un esito indesiderato. Si amplifica così la sensazione della catastrofe imminente.

Questo procedimento di pensiero potrebbe alleggerire una realtà successiva meno grave di quella immaginata. Prepara ad accogliere con gratitudine ogni notizia che, a confronto, diventa positiva.

L’effetto immediato, però, è quello di causare intensi vissuti di paura, preoccupazione e ansietà.

Chi mette in atto questo stile di condotta in situazioni che richiedono al presente di stare in sospeso, in attesa, lo fa in modo strategico? Oppure racconta la strategia a posteriori per giustificare l’irrazionalità delle proprie paure?

Diversi modi per gestire le attese

Altri stili di condotta anticipatoria, vale a dire il modo in cui s’immagina il futuro di un evento in attesa di svolgersi, possono creare situazioni emotive con conseguenze non meno critiche. Per esempio, immaginari fantastici ed entusiasmanti possono far poi sfigurare la realtà, producendo delusione inevitabilmente. 

Uno stile di condotta è adeguato se permette di raggiungere gli obiettivi di benessere, se fa star bene, se risponde ai bisogni soggettivi, che possono variare da una persona all’altra.

Prendiamo il caso di un uomo, marito e padre di quattro figli: ogni volta che si sottopone ad un’analisi del sangue immagina di avere una malattia incurabile. Il suo stato d’animo estremo, ogni volta viene condiviso con la famiglia, la quale si sente afflitta dalla preoccupazione che ne scaturisce e subisce le situazioni.

In questo caso i bisogni di benessere non riguardano soltanto lo stato d’animo dell’uomo in questione, ma anche quello della sua famiglia.

Per valutare gli obiettivi di benessere e l’adeguatezza di uno stile di condotta è necessario avere una prospettiva sufficientemente ampia, così da fare un bilancio complessivo.

In fin dei conti, spetta alla persona stessa l’ultima parola sul proprio agio nell’esercitare un certo stile di condotta, nelle situazioni d’incertezza sul futuro.

Diversi tipi di attese…

Qualcuno che si prepara, per esempio, per un  incontro galante. Prendiamo il caso che sta per incontrare una persona conosciuta da poco e accompagna questa lieta attesa con immaginari che possono spaziare, a seconda dei gusti :

  • coronamento di un desiderio romantico – come può essere, per alcuni, un matrimonio o la formula delle favole “vissero felici e contenti” –
  • rappresentazione di scenari erotici
  • appagamento del desiderio di esibire le proprie doti davanti a occhi incantati
  • fantasia di sorprendersi ancora di fronte ad un altro essere umano.

Chi più ne ha più ne metta.

Così facendo si può creare un’aspettativa gloriosa, che rischia di crollare rovinosamente entrando in contatto con la realtà esterna, quella degli altri.

Non appena sarà pronto a vederla.

Perché a volte si fa anche questo, si proietta sul malcapitato un bel film, gli si attribuiscono i propri valori, trovando conferma da piccoli segni e poi in linea con questi ci si aspetta il suo comportamento.

I segnali sembrano così chiari che oscurano tutto quello che non collima con l’aspettativa. In questo modo non si vede chi si ha di fronte.

Ma su questo si può trattare un argomento a parte.

Aspettative gloriose e realtà

Le possibilità, quindi, sono due:

  • aspettativa gloriosa e realtà dell’incontro non collimano;
  • aspettativa gloriosa e realtà dell’incontro collimano in parte, ridimensionando un po’ la gloria e diventando ciechi e sordi a tutto ciò che è incongruente con l’aspettativa, cioè quello che non corrisponde alle aspettative non lo si vede.

La possibilità che aspettativa e realtà coincidano completamente è da escludere. Sentire questa coincidenza, tuttavia, può essere molto utile per dare una misura di quanto ci si stia ingannando nel guardare e sentire l’altro, appena conosciuto.

Più il sentimento è intenso e sorprendentemente immediato più probabilmente ci si sta ingannando.

In ogni caso, la delusione è dietro l’angolo. Salvo per l’amore a prima vista che qualcuno dice esistere, voglio credergli.

Profezie che si avverano

Se volessi immaginare qualcuno che adotta lo stile di condotta anticipatoria “catastrofico”, descritto per primo, nella situazione dell’incontro galante prevedo profezie che finiranno per avverarsi prima o dopo, generando nel contempo un’altalena di sentimenti contrastanti.

In tutti i casi considerati è probabile che non stia bene nella relazione, se non per qualche istante e che condizioni l’incontro con l’altro e la relazione:

  • aspettativa catastrofica e realtà dell’incontro non collimano: l’incontro va bene, cosa succede però non appena il partner è lontano? un’infinità di occasioni possono generare fantasie di disinteresse, di tradimento, di perdita.
  • aspettativa catastrofica e realtà dell’incontro collimano in parte, ridimensionando un po’ la “catastrofe” e accettando, almeno inizialmente, qualunque cosa in quanto migliore dell’aspettativa.

Si può scegliere il proprio stile di condotta ?

Certamente, proprio come si può scegliere il proprio abbigliamento.

Se già è chiaro che non abbiamo alcun controllo diretto su molti degli eventi esterni a noi, sarà altrettanto evidente il fatto che possiamo controllare i nostri pensieri e dirigerli e generarli. Quelli più adatti a seconda dell’occasione.

Proprio come, a seconda dell’occasione, scegliamo l’abbigliamento che valutiamo di volta in volta più adeguato a sentirci in un certo modo, a nostro agio, anche a seconda dello sguardo che vogliamo suscitare nel mondo di persone che ci circondano, o in una in particolare.

Quando il problema è fuori dal tuo controllo

  • Emozioni e reazioni inaspettate
    • Parole e metodi
    • Le differenze di valore e significato
    • Desideri e azioni da indirizzare

Lettura: 3 minuti e 40′

Certe emozioni e reazioni fisiche possono sorprendere, presentandosi in modo inaspettato e con una frequenza notevole. Agitazione, ansia, nervosismo, paura, panico o il pianto che arrivano in momenti cruciali. Creano insicurezza e disagio nella vita quotidiana, nelle situazioni importanti e nelle relazioni.

Alcuni comportamenti impetuosi, certe abitudini ostinate, le reazioni emotive impreviste sembrano sfuggire al controllo volontario. In questo modo condizionano i desideri e dirottano le buone intenzioni.

Prendersi cura

A chi ci si rivolge in questi casi per chiedere aiuto? Allo psicologo per una consulenza, eventualmente per una terapia. Ma in che modo può aiutare?

L’origine della parola Psicoterapia riguarda la cura dell’anima. Anima intesa come coscienza, spirito, mente di un essere umano. Cura, intesa come prendersi cura e accudire mente e coscienza.

I metodi della Psicoterapia sono il colloquio, l’analisi interiore, il confronto e la relazione.

Ci sono alcune differenze a seconda dell’orientamento teorico e ogni modello di psicoterapia si struttura attorno a una o un insieme di tecniche. Si tratta sia dell’applicazione di procedure, sia di sistemi di comunicazione e relazionali.

Una tecnica è uno strumento, la cui applicazione si è dimostrata efficace nel produrre un cambiamento e nel risolvere e gestire una forma di sofferenza psicologica.

A che cosa serve parlare quando il problema è una reazione fisica o emotiva (come un attacco d’ansia, di panico o fobie), o un comportamento che non si riesce a controllare?

Le persone reagiscono agli eventi in modi diversi. Lo stesso evento provoca reazioni diverse in due persone diverse. Da che cosa dipende? Dal valore e dal significato che quelle persone attribuiscono all’evento.

E anche dall’idea che hanno di sé stessi, del mondo e delle proprie capacità nella gestione dell’evento.

Valoresignificato e idee di sé e del mondo influiscono sulle emozioni. Le emozioni influiscono sul comportamento e sulle reazioni del corpo.

Valore, significato e idee sono elementi di cui parlare e fare esperienza per cambiare il modo di vedere e reagire ad alcuni eventi.

Il modo in cui se ne parla e se ne fa esperienza è determinante per il cambiamento delle reazioni e dei comportamenti.

Il compito dello psicoterapeuta è quello di individuare il modo più utile a seconda del problema e della persona.

L’ approccio terapeutico

Attraverso l’ascolto, il dialogo, la comprensione dei significati e dei valori individuali, si sceglie la forma d’intervento adatta alle problematiche vissute e descritte dalla persona. 

L’intervento si focalizza sulle interazioni e i modi di agire compatibili con il benessere. Ampliando le possibilità e arginando le difficoltà.

L’approccio Interattivo-cognitivo è all’avanguardia, si colloca entro le innovative psicologie post-moderne e si orienta su ciò che si concorda come obiettivo.

I desideri e le azioni sono pieni di futuro immaginato. Le parole che usi, le azioni e i significati che hanno per te, talvolta inconsapevoli, sono gli indicatori di quello che stai facendo di te stesso.

Da un ventaglio di tecniche costruttiviste, strategiche, narrative e olistiche sono selezionate quelle più utili per gli effetti che producono, aumentando le possibilità, nella direzione del cambiamento.