Sparizioni al tempo dei social

civetta che porta la posta
  • Ghosting e generazioni digitali
    • Dal rifiuto sociale al dolore fisico
    • Disabilità empatiche o fragilità delle connessioni
    • Varietà social e sacrificio dell’altro

Lettura: 4 minuti e 20′

Di recente ho sentito parlare del ghosting, considerato il nome tecnico di un fenomeno comportamentale messo in atto dalle generazioni digitali.

Diventare dei fantasmi (dall’inglese ghost), ovvero sparire improvvisamente, smettendo di rispondere a chiamate, messaggi, email è descritto come un comportamento che reca nella vittima un disagio violento. Mi sono informata.

A questo proposito, tutti gli articoli web sembrano d’accordo: il cervello sarebbe dotato di un sistema di monitoraggio sociale (SSM) per controllare l’ambiente e capire come reagire alle situazioni che coinvolgono gli altri.

Il ghosting priverebbe la vittima di questi segnali.

Immagine tratta dal film Ghost

Rifiuto sociale e dolore fisico

Ho fatto una piccola ricerca sul web per saperne di più, ma ho trovato solo quanto riguarda gli articoli sul ghosting; la frase è sempre la stessa di articolo in articolo: “rifiuto sociale che attiva nel cervello gli stessi percorsi neurali del dolore fisico”.

In ogni caso è certo che qualunque reazione avvenga nel cervello essa dipenda dal significato attribuito agli eventi. Il fatto di non ricevere più una telefonata o un messaggio non è codificato dal cervello di per sé come uno stimolo doloroso, intendiamoci.

In altre situazioni questo potrebbe essere percepito come un fatto liberatorio o indifferente.

E’ il significato, il senso e le implicazioni che questo gesto mancato può avere nella vita della persona a far soffrire. Quindi attenzione a come interpreti il mondo, perché poi è così.

Le spiegazioni del fenomeno

Si legge del ghosting come di un abuso emotivo e una violenza psicologica. Chi pratica questa modalità avrebbe un profilo psicopatologico connesso all’assenza di empatia. Questa tipologia di comportamento poi sarebbe reso epidemico dall’utilizzo dei social networks per la fragilità delle connessioni.

Spero che una di queste due spiegazioni escluda l’altra.

Quando si dice ‘assenza di empatia’ è difficile capire a che cosa ci si riferisca precisamente: s’intende l’incapacità a immaginare il vissuto emotivo dell’altro o la volontà di provocare un dolore? o ancora la consapevolezza d’infliggerlo pur deresponsabilizzandosi?

Qualunque sia la risposta si implica chiaramente un gesto volontario e comunicativo, quello di non rispondere.

Ed è un gesto che si distingue nettamente in un mondo di contatti facili e continui. Se per spostarsi da una stanza all’altra in casa ci si porta dietro lo smartphone, com’è possibile non trovare il tempo per rispondere ad un messaggio?

C’è da aggiungere che, anche se è così facile, non è detto che uno sia tenuto a farlo. E, se non lo fa in un preciso momento, non necessariamente sta facendo qualcosa a te. Forse sta preservando il suo tempo, le sue attività e le sue relazioni faccia-a-faccia dalle intrusioni dello smartphone.

L’altro come icona

Coltivare le conoscenze quasi esclusivamente via social network può togliere molta parte al senso della persona e l’altro diventa un’icona sul tuo elenco contatti.

I colleghi impegnati nell’ambito dei comportamenti violenti insegnano che questi sono più facilmente rivolti a chi è considerato ‘meno persona’, come i bambini, le donne, i malati, i diversi in generale. Proprio così, la violenza è indirizzata alle categorie di persone considerate (da alcuni) meno.

Risulta verosimile quindi l’idea che una conoscenza degli altri che sia principalmente virtuale getti le basi per una spersonalizzazione dei contatti social. E possa prestarsi maggiormente a comportamenti poco riguardosi dei sentimenti altrui.

Ma non solo questo, anche l’apparente infinita possibilità di contatti in una cultura consumistica come la nostra contribuisce, forse in parte, alla noncuranza che si dimostra nel sacrificare l’altro.

Questioni di empatia

La capacità d’immaginare il vissuto emotivo dell’altro in determinate circostanze è presente a livelli, momenti, contesti e si può imparare. Ma un metodo efficace, a mio parere, per provare poca empatia è quello di inserire l’altro entro una categoria e identificarlo talmente tanto con essa da non vedere più la persona che c’è in lui/lei.

Categorizzare aiuta a muoversi nella complessità. Forse lenisce un po’ il dolore inducendo a pensare che l’altro è sparito perché malato e così ti toglie responsabilità. 

Salvo poi esporti all’eventualità che avvenga di nuovo con qualcun’altro e non perché siamo nell’era dei social, ma perché non ti confronti con la possibilità che sia tu a mettere in atto qualche comportamento che lascia senza parole.

Anche il silenzio parla.

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Autore: Dott.ssa Giulia Portugheis

Psicologa Psicoterapeuta Neuropsicologia. Laurea, master e specializzazione a Padova, lavora in ambito clinico presso poliambulatori specialistici per privati, enti, associazioni e infortunistiche stradali. Si occupa di consulenza e psicoterapia individuale, di coppia e familiare; di capacità cognitive e difficoltà cognitive, evolutive e acquisite.

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